Leggende in Sicilia: breve antologia. -vol. IV-

di P.R. Arcadia80

“U sugghiu”.

In diversi angoli della Sicilia si racconta di un misterioso mostro dall’aspetto spaventoso: u sugghiu, un mostro leggendario che abita le zone costiere, le paludi e gli acquitrini di numerosi borghi e contrade dell’isola. Secondo le voci che si tramandano sull’isola, il mostruoso sugghiu sarebbe dal diametro di 40 centimetri, avrebbe il viso di un uomo-bambino ma al contempo simile ad un topo, con gli occhi feroci come quelli di un cane rabbioso ed una piccola criniera sul capo. Tracce dei suoi presunti avvistamenti sono stati rilevati, sin dai primi anni dell’800, lungo la costa tirrenica che si estende da Messina a Palermo, nelle campagne vicino Pinnisi, nei comuni della Valle dell’Alcantara, a Brolo, nei boschi madoniti e in alcune contrade palermitane come Ponte Arancio. Non mancano però leggende che lo ricordano nei territori dell’agrigentino e del ragusano. Oltre che dal suo terribile aspetto è caratterizzato dal fatto che emette un inquietante urlo, a metà tra il grugnito di un maiale e il raglio di un asino. Questo spaventoso urlo serve al sugghiu per richiamare a raccolta tutte le creature del circondario per poterle divorarle voracemente. Tra le numerose testimonianze di avvistamenti del mostro, nell’antico borgo marinaro di Torre Archirafi, situato a sud di Riposto (CT), si racconta di uno strano avvenimento avvenuto negli anni 80 in un giorno di primavera, che ha attirato l’attenzione delle cronache locali.

“Lu fusu di la vecchia”.

Nell’area archeologica di Selinunte, fra resti di templi ed antiche bellezze, spicca la presenza di una colonna, alta più di 16 metri e con un diametro di 3,2 metri alla base, cui presenza è legata alle leggende sui giganti in Sicilia. Il mito narra che in tutta l’area di Trapani vivessero due distante popolazioni di giganti: i Feaci che si occupavano di navigazione ed i Lotofagi, intenti ad occuparsi di pastorizia ed agricoltura. Queste due popolazioni di giganti vivevano in pace fra loro ed anzi ognuno utilizzava il proprio mestiere per aiutare l’altro. La colonna in questione sarebbe stata utilizzata come fuso per filare la lana da una gigantessa anziana che filava abiti per tutti.

Il pesce spada in Sicilia.

La storia del pesce spada, che da sempre abita le acque dello Stretto di Messina, ha trovato spazio già nelle pagine della mitologia greca, che lo fa derivare dalla trasformazione dei bellicosi Mirmidoni. Questi erano guerrieri abilissimi e coraggiosissimi della Tessaglia, che accompagnarono niente popò di meno che Achille nella guerra di Troia. Con Achille condivisero un destino di morte, ottenendo dalla madre di lui, la nereide Teti (divinità delle acque marine), di essere trasformati in pesci per l’eternità, subito dopo la dipartita dell’eroe. A conferma di questa leggenda, vi è una particolare abitudine che lega indissolubilmente il destino del pesce spada maschio a quello del pesce spada femmina. Quando quest’ultima viene arpionata, infatti, il maschio continua a nuotarle vicino, accompagnandola nel suo tragico destino. Insieme condividono la sorte nefasta: lui, come lei, finisce per essere arpionato dai pescatori, che sanno bene quali sono le sue abitudini. Dall’antichità a oggi, dunque, poco è cambiato. Il pesce spada continua a essere un compagno fedele, ma anche sfortunato.

La leggenda del Re Carnevale.

Si narra che Carnevale fosse un Re forte, potente e molto generoso. Le porte del suo palazzo erano sempre aperte e chiunque poteva avere accesso alle cucine del castello, sempre piene di prelibatezze. I suoi sudditi, però, approfittavano del suo buon cuore. A poco a poco, presero sempre più confidenza, costringendo il Re a non uscire più dal suo palazzo per non essere oggetto di beffe. Re Carnevale si rintanò nella cucina, mangiando e bevendo in continuazione. Un giorno, di sabato, si abbuffò così tanto da sentirsi male. Era enormemente grasso, con il volto paonazzo: era rimasto vittima della sua ingordigia. Avendo capito che era giunto il suo momento, pensò di non volersene andare così. Si ricordò allora di sua sorella, di nome Quaresima, che aveva allontanato dalla corte: la mandò a chiamare e lei accorse. Gli promise di assisterlo e farlo vivere altri tre giorni (domenica, lunedì e martedì), ma pretese in cambio di essere erede del regno. Il Re acconsentì e trascorse quegli ultimi giorni divertendosi il più possibile. Morì la sera del martedì, cedendo il trono a Quaresima. Quaresima, per risollevare le sorti del regno, impose ai sudditi lavoro duro e grosse penitenze.

L’astrologo di Rocca Busambra.

Un giorno, un astrologo decise di lasciare la città ed andare a vivere in una grotta di Rocca Busambra, tra Mezzojuso e Corleone. Lì riceveva tutte le persone che avevano bisogno di una sua consulenza. L’unico amico dell’astrologo era un barbagianni, che, quando arrivava la gente per farsi predire il futuro, diceva “sciocco sciocco” a chiunque entrasse nella grotta. L’astrologo riuscì a truffare tantissime persone. Con tutte le monete riuscì a riempire due grossi orci. Un giorno, si trovò a passare da lì una donna, stanca e assetata che si stava avviando verso il santuario di Gibilmanna. Chiese un po’ d’acqua all’astrologo, ma questi, vedendo che l’unico orcio rimasto era vuoto e, avendo paura che se si fosse recato alla sorgente a prendere l’acqua la donna gli avrebbe rubato le monete, si rifiutò di aiutarla. La donna andò via e si diresse verso il santuario. Al ritorno, giunta vicino alla grotta dell’astrologo, arrivò un temporale, e la donna, ricordandosi del modo in cui era stata trattata da quell’uomo, ebbe paura a chiedergli se poteva darle riparo. Ma, davanti all’ingresso della grotta il barbagianni disse alla donna che poteva tranquillamente entrare senza timore, perché l’astrologo non c’era, per l’avarizia e la cattiveria era stato condannato da Dio ed era diventato una nuvola per dare acqua a tutti gli assetati del mondo.

L’oscura leggenda sulla Chiesa delle Santissime Anime del Purgatorio.

La Chiesa delle Santissime Anime del Purgatorio si trova a Ragusa Ibla ed è un prezioso edificio in stile tardo-barocco con un impianto basilicale a tre navate. Secondo questa leggenda, nel punto in cui sorge la chiesa si trovava prima un palazzo nobiliare. Qui abitava una coppia di giovani sposi, ma della fanciulla si innamorò un sacerdote. Di fronte al rifiuto da parte di lei, lui per vendetta la fece arrestare dalla Santa Inquisizione, insieme al marito, accusandoli di eresia. Il sacerdote, infatti, aveva nascosto nella loro alcova una Bibbia protestante, considerata sacrilega. La coppia venne giustiziata ma il prete, preso dal rimorso, decide di fare ammenda costruendo un luogo sacro al posto della casa dei due, ingiustamente condannati e uccisi. Acquistò l’edificio, lo demolì e sulle fondamenta fece erigere la chiesa, conservando la cappella privata del palazzo, della quale si potrebbe ancora ammirare oggi l’altare. Le Anime del Purgatorio che danno il nome alla chiesa, dunque, sarebbero quelle fatte ingiustamente giustiziare.

La Marrabecca, spaventosa creatura che vive dentro ai pozzi.

Nello specifico è una creatura leggendaria, probabilmente di origini arabe. Questo essere vivrebbe nei pozzi e nelle cisterne. La leggenda sulla Marrabbecca si intreccia con quella del “Sugghiu” ed i due esseri sono spesso citati insieme nelle storie che si raccontano. Anche in questo caso si tratta di una creatura ibrida, un incrocio tra un essere umano, un mammifero e un rettile. L’aspetto è spaventoso: lungo circa due metri, col corpo ricoperto di squame di colore verde olivastro e il viso umano, con occhi feroci e una piccola criniera. 

Isola delle femmine.

Lungo la costa palermitana, proprio accanto a Capaci, c’è un paesino chiamato Isola delle Femmine. Proprio di fronte alla spiaggia del paese c’è l’isolotto omonimo. Si narra che il conte di Capaci s’innamorò perdutamente di una bellissima donna, ma questo amore non era ricambiato ed il conte venne rifiutato. Geloso e furioso decise di far imprigionare la donna su un isolotto perché nessun altro uomo potesse toccarla. Una notte di maestrale, mentre il mare era in tempesta, la donna, disperata, decise di gettarsi tra gli scogli. Da allora si racconta che ogni tanto si odono le sue grida di dolore provenienti dall’isolotto.

Suor Eustochia predice la morte.

Una delle più belle opere di Antonello da Messina è la Vergine Annunziata, custodita a Palermo nel palazzo Abatellis. Si racconta che la modella fu una bellissima suora messinese chiamata suor Eustochia. Ma chi era questa donna? Nel 1434, da una ricca famiglia messinese, nacque una bellissima bimba chiamata Esmeralda Calafato. Più Esmeralda cresceva, più bella diventava, ma pur avendo diversi pretendenti la fanciulla si dedicava pienamente alla vita spirituale. Ancora giovanissima, a sua insaputa, si ritrovò fidanzata con un vedovo trentacinquenne ma il “fidanzato” morì improvvisamente e a 14 anni la ragazza decise di prendere i voti ed entrò nel monastero di Basicò. Da quel momento in poi, si chiamò Eustochia.  La famiglia non accettava questa scelta, tanto che si racconta che i fratelli abbiano minacciato di bruciare il convento pur di non farle prendere i voti. Così Eustochia chiese del denaro ad un ricco zio per poter fondare un monastero. Dopo tante insistenze ricevette i soldi ed aprì il monastero di Montevergine (Messina) dove tutt’ora è sepolta.  Si dice che lo spirito della Beata Eustochia comunichi la morte alle suore qualche settimana prima: quando si sta per avvicinare il momento provocherebbe un rumore cupo e particolare. Inoltre, nel monastero di Montevergine sembra che accada un fatto strano: al cadavere di suor Eustochia, ancora ben conservato, crescono ancora oggi le unghie e i capelli. 

Formazione e morale militare romana

di Monteneri Graziano

Il legame che si vuol presentare nel corrente scritto è quello fra la tradizione militare romana e il concetto stesso di romanità, tale da aver portato quella che era una piccola polis all’essere la sommità di uno dei più grandi popoli della storia. Molti popoli hanno avuto eserciti ben più numerosi di quello romano antico, come quello persiano negli anni del secolo V a.C.; eppure la vastità delle truppe persiane non sono bastate a sopraffare il piccolo numero delle póleis greche, decisamente più motivate. Mentre diversi altri popoli, pur non potendo contare sui grandi numeri, ebbero tra le loro schiere uomini molto motivati, tanto che tale sprone ne costituì l’elemento di successo, come fu per l’esercito di Alessandro Magno nel IV sec a.C.; eppure tale arditezza non fu sufficiente a preservare l’impero del macedone. I romani furono invece un popolo che condensava affinamento tecnico ed esercizio costante con una intensa vocazione alla guerra, una disposizione tanto radicata che persino agli albori di Roma fu tale da provocare il rifiuto di comandarla da parte di Numa Pompilio. Quest’ultimo infatti era noto per essere cittadino amante della tranquillità e dello studio, e quando i romani chiesero a lui di prendere il posto di Romolo egli, dapprima, rifiutò dicendo: « La sorte di chi assume il vostro regno non è neppure ignota […] il popolo è ormai abituato alla guerra, la brama per i suoi successi, e non c’è nessuno che non veda come desideri espandersi e dominare altri popoli. Una città che ha bisogno di un condottiero più che di un re1». Secondo Vegezio il popolo romano ha conquistato il mondo con l’esercizio delle armi, con la disciplina del campo e con l’esperienza militare2, qualità che si manifestarono come complesso di valori di una intera società e non soltanto in ambito militare, perché la stessa disciplina la tennero anche nelle cose di governo, determinando la struttura della famiglia quale nucleo della società: la potestà patria non era soggetta ad alcuna restrizione, ed era inoltre invariabile e indistruttibile giacché alla morte del padre la famiglia continuava col primo maschio discendente. Dunque nemmeno la morte poteva sciogliere i legami che costituivano il nocciolo della società, e lo stesso meccanismo si ripeteva in ambito amministrativo, tale per cui il re replicava la situazione familiare, e rappresentava il padre di tutti i romani, perché egli ha nel comune la stessa autorità che ha il padre di famiglia in casa sua. Ora, dal momento che la vera essenza del potere regio e poi di quello consolare stava nell’imperium, e cioè nel potere esecutivo, la solidità di questi rapporti fondava la stabilità delle truppe romane, nel senso che dava ad ogni milite il fondamento morale di ogni suo comportamento come in battaglia così quando a presidio in Roma. L’Urbe viveva un perenne stato di guerra, pertanto il reclutamento imponeva di arruolare anche gli abitanti della città, e così era probabile che si avessero uomini meno atti alla dura vita militare, tuttavia è vero che era dalle campagne che l’esercito traeva il vigore delle sue forze, poiché teme meno la morte chi ha conosciuto meno piaceri della vita3. La probatio («approvazione») era il primo passo del reclutamento, che era compiuto dalle autorità civili, e di seguito avveniva la collocazione nella unità di reparto; in genere erano arruolati giovani sin dall’inizio della pubertà (iuniores). Non si deve pensare che l’assunzione fosse indiscriminata, perché gli uomini che dovessero costituire la difesa di Roma erano scelti persino dal volto e dagli occhi e dal loro stesso portamento4; era convinzione diffusa che come negli animali, così per gli uomini, certe caratteristiche morali si riflettessero nel fisico. Veniva ricercato uno sguardo sveglio, una postura con capo eretto, spalle muscolose, braccia forti, dita lunghe, stomaco piccolo, glutei esili, ma con polpacci e piedi duri e non gonfi di carne. Contrariamente a quanto si ritiene oggi nell’immaginario collettivo, la statura per un antico romano non era una qualità degna di nota, anzi spesso consideravano utile e bello un uomo di bassa statura ma che presentasse le caratteristiche appena descritte. Gli eserciti romani non erano permanenti, come lo sono oggi che contano un certo numero di effettivi, le legioni venivano licenziate e assunte poi tutte le volte che servissero, ad eccezione della cavalleria, pertanto gli uomini scelti per il servizio militare erano tutti lavoratori e venivano preferiti tra i fabbri, carpentieri, macellai, cacciatori5, meno tra i cacciatori di uccelli o pasticcieri e tessitori; questo perché era ricercata non solo la forza fisica ma soprattutto una certa tempra morale, insomma un individuo che fosse abituato ad una vita non propriamente dura e rude bensì faticosa. Agli uomini era richiesto di marciare, a passo militare e con un carico sulle spalle di non meno di 20 kg, dai 30-35 km al giorno soprattutto in piena estate, in considerazione del fatto che le battaglie in inverno erano un problema per tutte le parti, sia in ragione del maltempo e poi perché di notte non si combatteva mai; il periodo estivo era il momento migliore per muover gli eserciti.
Un altro problema non di poco conto era l’addestramento al nuoto, perché, contrariamente a quanto si pensa di queste società antiche le quali sono per lo più marinare, la percentuale di coloro che erano abili al nuoto era scarsissima. I fiumi spesso, sprovvisti di ponteggi, dovevano essere guadati a nuoto, e questo era un grande problema specialmente quando si trattava di dover spostare anche dieci o quindicimila uomini, con bagagli (detti per l’appunto «impedimenta») e vettovaglie.
«Le reclute devono essere addestrate a colpire non di taglio ma di punta»6 tale caratteristica costituiva la nota distintiva della modalità di condurre la guerra da parte dei romani, e l’arma tipica in dotazione, il gladio, difatti era più simile ad un grande pugnale più che ad una spada come la potremmo immaginare; ve ne erano diversi modelli, da quello ispanico a quello di Magonza o pompeiano, ma la lunghezza andava sempre tra i 40 cm e 60 cm. Dunque un’arma che necessariamente richiedeva un contatto molto ravvicinato col nemico, e richiedeva un addestramento specifico, giacché appunto il gladio è un’arma di punta e non di taglio: « Infatti i colpi di taglio, raramente sono mortali, visto che gli organi vitali restano protetti dall’armatura e dalle ossa; invece, un colpo di punta che penetra per due pollici è mortale»7. Inoltre un colpo inferto di taglio, che non sempre danneggia gravemente, lascia scoperto il corpo all’attacco del nemico, prima che si possa ritornare in posizione di guardia.
L’addestramento del soldato prevedeva anche l’esercizio con le armi da lancio, dall’arco di legno e frecce, ai frombolieri che lanciavano proiettili di pietra o palle di piombo, dette mattiobarbuli8, in uso presso le milizie elleniche e che vennero meno in epoca medievale, molto probabilmente in ragione del fatto che le armature divennero molto più spesse e dunque il frombolo poteva tutt’al più causare un danno da percussione ma raramente sarebbe potuto essere mortale.
Infine l’addestramento prevedeva anche la capacità di sapere andare a cavallo, tuttavia quest’uso non era particolarmente curato perché per la cavalleria si sceglievano i più ricchi e i più ragguardevoli possidenti fra cittadini e non-cittadini9, e dunque era un reparto dell’esercito riservato ai pochi piuttosto che a tutti.

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1 Plutarco, Vite parallele, a cura di C. Arena, vol. I, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1970, pag. 103
2 Vegezio, L’arte della guerra romana, a cura di M. Formisano, Bur, Milano, 2016, pag. 69
3 Ivi, pag. 73

4 Ivi, pag. 77
5 Vegezio, L’arte della guerra romana, a cura di M. Formisano, Bur, Milano, 2016, pag. 79
6 Ivi, pag. 91
7 Ibidem.
8 Ivi, pag. 99

9 Cfr. Teodoro Mommsen, Storia di Roma antica, vol. I, a cura di E. Pais, Casa Editrice Nazionale, Roma, 1903, pag. 77.

Leggende in Sicilia: breve antologia. -vol. III-

Il pirata Serisso.

Nel Medioevo la città di Trapani era un vivace centro di commercio, fiorente nei mercati e maestosa nei mari. Proprio nei mari veleggiava la nave di un forte e rispettato corsaro, di nome Serisso. Questi attaccava le navi dei Mori e li catturava vendendoli come schiavi. Quando non era per mare, faceva ritorno a casa dalla sua bellissima moglie. Un giorno il corsaro fece sbarcare dei prigionieri: tra questi, ve ne era uno che sembrava umile e serio, che tenne per sé come servo. Con il tempo, il servo entrò nelle grazie della moglie che gli si concesse carnalmente. Fu così che il servo convinse la donna a scappare, per tornare con lui nel suo paese natale. Di notte i due svuotarono il forziere del corsaro, insieme a una bellissima ragazza turca, e partirono per l’Africa. Giunti a destinazione, il servo portò la moglie del corsaro nella sua casa, trattandola come schiava. Con loro c’era anche la giovane turca. Il corsaro, scoperto cosa era successo, decise di vendicarsi. Salpò alla volta dell’Africa, per andare a cercare la traditrice e il servo. Giunse fino a un fiume, dove trovò la giovane turca. L’avvicinò e le chiese di portarlo da sua moglie. La giovane tornò a casa e parlò con la donna, dicendole che il marito era venuto a salvarla. Lei disse alla giovane che era pentita di ciò che aveva fatto e che voleva tornare. La ragazza turca, quindi, portò il corsaro nella casa del Moro e, quando il Moro fu solo, guidò il corsaro nella sua stanza. Questi, con un coltello, lo sgozzò, poi insieme alla moglie svuotò il forziere. A questo punto uccise la moglie, le tagliò la testa e la mise in un sacco. L’oro venne dato alla turca, che venne portata Trapani dal corsaro. I due si sposarono e la testa della moglie venne messa in bella vista, vicino la loro casa, per dimostrare che l’onore del corsaro era salvo. Quando la testa si decompose, fu messa al suo posto una testa di marmo che, ancora oggi, si trova all’ingresso di via Serisso.

Monte Iudica: il salto della vecchia.

Il Monte Iudica è una maestosa altura di forma trapezoidale, che ricade nel territorio di Castel di Iudica, a circa 50 chilometri da Catania, interessante dal punto di vista storico, poiché fu un punto di incontro tra culture e civiltà (la zona fu esplorata dall’archeologo Paolo Orsi, Gli scavi misero in luce sulla parte sommitale, una porzione dell’antico abitato, costituito da ambienti addossati alla roccia e anche da una necropoli) Una zona della cima del monte Iudica è nota come U Sautu ‘a Vecchia. Si narra che, all’epoca della conquista normanna, una giovane di nome Emidia si fosse travestita da vecchia, per ingannare i Saraceni e riuscire ad addentrarsi nel castello. Effettivamente entrò nel castello, ma venne scoperta e gettata in un dirupo. Il suo sacrificio, tuttavia, permise ai normanni di conquistare il castello.

Il miracolo del vento.

Nel piccolo centro di Gratteri (Palermo) viene conservato un tesoro d’inestimabile valore religioso: quattro spine della corona di Cristo. Custodite in un prezioso reliquiario d’argento, finemente cesellato e sigillato. Pare che esse sin dal XIII siano state nel paesino siciliano oggetto di grande culto e devozione. Diversi studiosi sono concordi sulla loro autenticità e sull’origine: sarebbero state portate da Gerusalemme dal conte Ruggero I d’Altavilla, il quale, insieme al padre Tancredi, aveva preso parte alla prima crociata. Proprio ad esse è legata la leggenda del cosiddetto miracolo del vento, tramandata per circa cinque secoli, i riferimenti in essa riscontrati danno l’impressione che potremmo trovarci di fronte ad un fatto realmente accaduto. Intorno al 1400, un sabato notte, due ignoti forestieri si sarebbero introdotti furtivamente nella Matrice Vecchia, sottraendo la teca contenente le Spine. Commesso il furto sacrilego e dopo aver superato le balze dietro la chiesa, nel “Cozzo della Scala”, da dove stavano per imboccare la strada che conduce a Collesano, un impetuoso vento di scirocco li costrinse a buttarsi per terra, per evitare d’essere sbattuti contro i precipizi adiacenti. Avvinghiati l’uno all’altro, passarono la notte così, costretti alla totale immobilità a causa del vento. In quella posizione furono trovati la mattina seguente, di buon’ora, dai contadini che si recavano in campagna. I due malcapitati si meravigliarono, poiché i contadini sembrava non sentissero il vento infuriare, mentre essi ne sentivano tutta la sua forza. Avvicinandosi per sollevarli da terra, i contadini notarono che sotto la giacca di uno dei forestieri c’era qualcosa. Riconosciuta la preziosa teca, gliela tolsero per riportarla in chiesa. Come per incanto, per i due, il vento cessò immediatamente e il trambusto li agevolò nel fuggire.

Il fiume Papireto nato dal Nilo.

Il Papireto, chiamato anche torrente Danisinni, delimitava la prima Palermo punica: consentiva il riparo e l’approdo delle imbarcazioni in prossimità della Cattedrale, ma il porto corrispondente fu interrato nel 1591, su disposizione del vicerè Diego Enriquez Guzman, conte di Albadalista. A causa dell’utilizzo come fogna a cielo aperto, purtroppo le acque erano molto inquinate. Rendevano l’aria poco salubre ed è per questo che, nel periodo borbonico, sulle sue rive si costruivano soltanto povere abitazioni. Nello stesso periodo, inoltre, ebbero inizio le opere di interramento del corso d’acqua. Si narrava che la grotta da cui originava la sorgente di Danissinni fosse in realtà l’ingresso di un lungo passaggio sotterraneo che conduceva fino al Nilo. I due fiumi, dunque, sarebbero stati collegati. Ad alimentare la credenza, il fatto che anche sulle sponde del Papireto vi fossero tanti papiri.

Il fantasma del castello di Carini.

Nei dintorni di Palermo si trova il Castello di Carini, attorno al quale ruota la leggenda di Donna Laura. Si narra che la giovane, a soli 14 anni, fu costretta dal padre a sposarsi con il barone di Carini. Un matrimonio contro il volere della ragazza, che trascurata dal marito, si innamora di Ludovico Vernagallo, che subito diventò il suo amante. Non passo molto tempo e il barone scoprì il tradimento della moglie. Furioso uccise sia Laura che il giovane amante. Il fantasma della donna ancora si aggira tra le stanze del castello. Ma, è un altro l’elemento che rende questa leggenda siciliana ancor più suggestiva e, per alcuni aspetti, ancor più inquietante. Si narra che su di una pietra del castello è possibile ancora vedere l’impronta della mano insanguinata della giovane Laura, che però è possibile ammirare solo ad ogni anniversario della sua morte.

Le ossa del sacro gigante.

All’interno della Chiesa Madre di Petralia Soprana è custodito un particolarissimo reperto: le Ossa del Sacro Gigante. Si tratta di due costole e, come sarebbe ovvio intuire, non appartenevano ai giganti. La paleontologia, infatti, arrivò alla conclusione che si tratta di ossa di cetacei. Questo ossa, peraltro hanno tracce di taglio e alcuni fori circolari. Stando ai racconti della gente del posto, le due costole provengono dalle Madonie e sono state portate nella chiesa in tempi diversi, con modalità diverse. Andando a scavare nella storia, scopriamo che fino alla metà del Settecento si pensava che Petralia fosse abitata dai giganti. Nel 1557 il frate domenicano Tommaso Fazello, fece nel suo “De rebus Siculis decades duae” un elenco di località siciliane in cui erano state rinvenute ossa di giganti. Tra queste vi era Petralia. Nel Settecento, invece, lo storico Antonio Mongitore raccontò della presenza sulla nostra isola di una razza di uomini di proporzioni mostruose.

L’ira di una divinità.

La depressione naturale è in località Bufara, a Custonaci. Si narra che in una grotta alle pendici del Monte Cofano vivesse un eremita. Trascorreva le giornate a contatto con la natura e pregava. Di giorno esplorava i dintorni, in compagnia degli animali selvatici, e godeva dello splendido panorama e del tramonto. Un giorno, però, accadde qualcosa di inaspettato. Mentre pregava, una voce ruppe il silenzio. Era una misteriosa entità che, con tono minaccioso, gli spiegava che presto una stella avrebbe spazzato via il piccolo paese che sorgeva sulla collina. Di fronte a quel nefasto presagio, l’uomo non riuscì a darsi pace. L’entità era il dio della Terra e del Fuoco: gli avi degli abitanti del paese avevano provocato la sua ira occupando le grotte. L’eremita supplicò il Dio di risparmiare gli abitanti del paese, poiché non avevano colpa e, di fatto, non avevano commesso alcun crimine. Piangendo, promise al Dio che avrebbe raccontato a quella gente del pericolo, spiegando loro di rispettare sempre la natura. Disse anche che avrebbe digiunato per 40 giorni e 40 notti, pregando la Madre Terra. Di fronte a quelle parole, l’entità scomparve indispettita. Il vecchio uomo cominciò a osservare il digiuno. Dopo quaranta giorno il Dio ricomparve. Il digiuno e le preghiere avevano fatto breccia nel cuore della Madre Terra: avrebbe risparmiato il paese, ma avrebbe fatto cadere una stella talmente vicina da far credere a tutti di essere stati colpiti. Sarebbe stato un segnale della sua potenza. Quando il cielo si sarebbe infiammato di rosso, sarebbe giunto il momento, ma l’eremita non doveva voltarsi per alcun motivo. Il mattino seguente notò una luce intensa e capì che stava per accadere ciò che era stato preannunciato. Gli abitanti erano terrorizzati e si rifugiarono nelle case. Seguì un boato che ammutolì anche il mare. Il vecchio uomo salì sulla vetta del Monte Cofano per capire cosa fosse successo. La stella, ancora fumante, aveva davvero risparmiato il paese: era caduto appena fuori, creando un grosso cratere. L’eremita, guardando, aveva disubbidito al Dio della Terra e del Fuoco, quindi fu investito dal bagliore e trasformato in una statua di pietra. Ancora oggi si può vedere l’Omu di Cofanu pietrificato, tra i costoni. La Bufara è l’enorme cratere generato dall’impatto della stella.

La città sommersa di Risa.

Secondo alcune antiche leggende, tra le lagune perdute della contrada Margi sorgevano un tempo il Tempio di un Dio malevolo e un paese sommerso: la città di Risa (Capo Peloro, Messina). Il nome deriva da quello della principessa che la governava. Era circondata da mura bianche in pietra ed il centro era molto fertile e crocevia di scambi commerciali e culturali tra le popolazioni indigene della Sicilia preellenica. Un forte sisma la distrusse e la fece sprofondare, creando una depressione, che venne poi riempita dalle acque piovane, formando l’attuale Pantano piccolo. I resti della città si troverebbero a circa 30 metri di profondità. In particolari condizioni metereologiche, con acque limpide e stagnanti, sono perfettamente visibili. Molti di essi sono anfore bizantine e resti di un’antica imbarcazione. In alcune notti, inoltre, sarebbe possibile sentire i rintocchi della campana della chiesa di Risa, che avvertirebbe i pescatori dell’arrivo di una forte burrasca.

…continua

L’abitato rupestre di Sperlinga (Enna)

di Milazzo Alessandro Vito

L’uomo ha sempre interagito con l’ambiente che lo circonda ed è sempre stato in grado di elaborare numerose soluzioni abitative che tenessero conto delle risorse a propria disposizione. Una delle modalità abitative più diffusa ad ogni latitudine e in quasi ogni epoca storica è sicuramente l’architettura rupestre, in cui viene sfruttata la presenza di grotte naturali e particolari conformazioni rocciose in modo da creare degli ambienti da utilizzare per scopi abitativi, di difesa o di culto. In Sicilia le abitazioni rupestri si concentrano in quelle aree in cui sono presenti affioramenti di roccia di origine non vulcanica, dunque facile da lavorare. La sua ampia diffusione porta a pensare che, in età arcaica e classica, la realizzazione di abitazioni all’interno della roccia è un fatto naturale che troviamo sia per le colonie greche che per i centri indigeni1 e la loro frequentazione copre un arco temporale che, in alcuni casi, arriva fino all’età contemporanea. Queste abitazioni si concentravano inoltre, in aree in cui era presente disponibilità di risorse idriche e una certa vicinanza ai principali assi viari.

Un esempio di abitazioni rupestri, che si contraddistinguono per la loro ampia continuità d’uso e per il loro stato di conservazione, può essere trovato nel cosiddetto “borgo rupestre” di Sperlinga (EN). L’abitato sorge a 750 metri s.l.m. su un ampio costone d’arenaria che si erge tra le Madonie e i Monti Nebrodi ed è dominato dal castello rupestre. Il castello venne costruito nell’XI secolo, ma la frequentazione del sito risale già all’età protostorica. La rocca fu protagonista dei Vespri siciliani (1282) quando fece da riparo ad una guarnigione angioina presenta a Sperlinga. Questo evento viene ancora oggi ricordato da una scritta latina incisa su un portale del castello e realizzata nel XVII secolo: Quod Siculis placuit, sola Sperlinga negavit (ciò che ai Siciliani piacque, solo Sperlinga lo negò).

Sulle pendici meridionali della rupe su cui si erge il castello si trova il “borgo rupestre”. Quest’ultimo è costituito da una cinquantina di grotte artificiali la cui realizzazione risale alla prima frequentazione dell’area. Probabilmente la storia del castello e delle abitazioni rupestri che sorsero ai suoi piedi sono interconnesse, come già notava Giovanni Uggeri definendo Sperlinga come il simbolo della profonda osmosi maturata nell’isola tra le due soluzioni insediative2. Tuttavia la presenza di una stratificazione così duratura e spesso discontinua presenta diverse difficoltà nella corretta lettura dei dati appartenenti alle fasi più antiche. Nel corso dei secoli i vani del borgo rupestre cambiarono uso e funzione in base alle necessità del momento. Questi vani, in alcuni casi, oltre all’uso abitativo, è ragionevole ritenere che siano stati utilizzati anche come necropoli, luoghi di culto o aree produttive (palmenti) come è attestato anche in abitazioni rupestri del territorio della vicina Nicosia3. In età tardoantica, tra IV e VI d.C., si registrano numerosi contesti funerari in ambiente rupestre con un ampio uso della tipologia sepolcrale dell’arcosolio, come è abbondantemente documentato in area siracusana e iblea. In questo periodo l’area abitata era costituita da insediamenti rurali che sorgevano a circa 300-500 metri dalle aree funerarie4. In età bizantina, nonostante l’organizzazione delle diocesi previlegi i centri costieri, è possibile riscontrare un legame, già presente in epoca precedente, tra la dislocazione degli abitati rupestri – come il caso di Sperlinga- in relazione dell’asse viario Nord-Sud che collegava la costa tirrenica con le aree interne e in relazione alla Via Messina-Montagne, asse viario che permetteva i collegamenti all’interno dell’isola5.

Tra VII e VIII secolo si inizia a manifestare una rarefazione degli insediamenti che iniziano a concentrarsi nei pressi di rocche e castelli. Le tombe nelle aree rupestri sui costoni rocciosi vengono dismesse e si inizia a prediligere sepolture in aree più pianeggianti. Gli insediamenti rupestri abitati riprendono a concentrarsi così intorno a costoni rocciosi facilmente difendibili, come nel caso delle abitazioni rupestri di Sperlinga. Anche in età araba continua ad essere documentata la frequentazione di aree rupestri nel territorio come testimonia la moschea rupestre del Balzo della Rossa a Nord di Sperlinga6, sorta su un precedente edificio di culto cristiano. Un dato significativo relativo agli abitati rupestri è rintracciabile in alcuni documenti di età normanna7 in cui si inizia a rinvenire il nome del proprietario associato alle grotte rupestri viste sempre più come proprietà, indice di una stabilizzazione di questa tipologia abitativa.

Le abitazioni rupestri di Sperlinga erano abitate fino agli anni ’60 da alcune famiglie contadine che usavano i vani come stalle o depositi di derrate alimentari e attrezzi agricoli. Questa lunga continuità d’uso- come già accennato- ha reso difficile una datazione precisa della frequentazione, ma testimonia il duraturo successo di questa tipologia abitativa che garantiva temperature costanti durante tutto l’anno e ampia protezione contro agenti atmosferici e interventi antropici. Oggi alcune delle abitazioni rupestri di Sperlinga, dopo essere state acquistate dal Comune, sono state rifunzionalizzate: alcune ospitano il Museo Etnoantropologico della civiltà contadina, altre continuano a essere utilizzate come depositi.

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1 Adamesteanu 1986, Monumenti rupestri nella Sicilia classica, in La Sicilia rupestre nel contesto delle civiltà Mediterranee. Atti del Sesto Convegno Internazionale di Studio sulla Civiltà Rupestre Medievale nel Mezzogiorno d’Italia (Catania-Pantalica-Ispica, 7-12 sett. 1981), Galatina 1986, pp. 38-39.

2 Uggeri 1986, Il sistema viario romano e le sopravvivenze medievali, in La Sicilia rupestre nel contesto delle civiltà Mediterranee, Atti del Sesto Convegno Internazionale di studio sulla Civiltà Rupestre Medievale nel Mezzogiorno d’Italia (Catania-Pantalica-Ispica, 7-12 sett. 1981), Galatina 1986, pp. 102-103.

3 Patti 2013, Dinamiche insediative nel territorio di Nicosia e Sperlinga tra età Tardoantica e Altomedioevo, in La Villa del Casale e oltre: Territorio, popolamento, economia nella Sicilia Centrale tra tarda antichità e alto Medioevo: Giornate di studio (Piazza Armerina, 30 Settembre – 1. Ottobre 2010), Macerata 2013, p.200.

4 Ivi, pp.207-208.

5 Uggeri 1986, Il sistema viario romano e le sopravvivenze medievali, in La Sicilia rupestre nel contesto delle civiltà Mediterranee, Atti del Sesto Convegno Internazionale di studio sulla Civiltà Rupestre Medievale nel Mezzogiorno d’Italia (Catania-Pantalica-Ispica, 7-12 sett. 1981), Galatina 1986, p.107.

6 Messina 2000, La moschea rupestre del Balzo della Rossa a Sperlinga (Sicilia), in Il Congresso nazionale di archeologia medievale: Musei civici, Chiesa di Santa Giulia, Brescia (28 settembre – 1 ottobre 2000), Firenze 2000, pp. 372-373.

7 Garufi 1899, I documenti inediti dell’epoca normanna in Sicilia, Palermo 1899, pp. 63-65.


Leggende in Sicilia: breve antologia. -vol. II-

di P.R. Arcadia80

Volume II

Xiphonia, la misteriosa città catanese scomparsa.

Xiphonia sarebbe stata situata nel territorio compreso fra Aci Catena, Aci Sant’Antonio, Acireale ed Aci Castello. Secondo lo storico Diodoro Siculo, Xiphonia fu fondata dai Greci nel VII secolo a.C.. È certo che, nell’antichità, i poli più importanti dell’area fossero due: uno presso l’odierna Capomulini (l’acroterion) ed un altro fra le contrade di S. Venera al Pozzo e della Reitana. Nel 475 a.C. la zona fu ripopolata da ben diecimila siracusani e ciò comportò tensioni ed attriti con i precedenti abitanti. Un cruento scontro sotto Ducezio costrinse i coloni alla fuga. Conquistata dai romani, probabilmente intorno al II secolo a.C., la città fu chiamata Akis e citata da Teocrito ed Eschilo. Ovidio e Silio Italico la citarono come “Acis”, mentre Claudiano “Acin”. Durante la seconda guerra punica, Akis assunse un ruolo rilevante per importanza politica ed economica. Lo stesso Silio Italico nel «De Bello Punico» narra di una città presso il fiume Aci alleata dei Romani. Erano famose le sue terme, alimentate da acque sulfuree provenienti dal vulcano Etna. Di sicuro la rocca sulla quale si erge il castello di Aci fu frequentata durante il periodo della colonizzazione greca e poi della dominazione romana per la sua posizione strategica. La collocazione di Xiphonia nei pressi di Acireale non è certa, ma presunta. Secondo altri Xiphonia ed il porto Xiphonio sarebbero sorte vicino ad Augusta (Siracusa). Nella cittadina del siracusano esistono il capo Xiphonio ed addirittura una via Xifonia. Aki e ki sono suffissi sumerici indicativi di luogo, per cui Aci, di solito accompagnato da una indicazione caratterizzante, potrebbe essere una traccia di insediamenti di genti di provenienza dal Mediterraneo orientale, che hanno abitato le regioni ioniche dell’Italia durante l’età del bronzo o anche prima. Le colline intorno a Messina, infatti, hanno restituito statuette risalenti al Calcolitico di stile cicladico. Alcuni toponimi conservano “aci” come suffisso. Uno di questi, Curcuraci nei pressi di Messina, è facilmente leggibile: kur (altura), kur-kur (le alture), aki (luogo di).

Il banco di Disisa.

Un’antica leggenda araba narra che in una grotta presso il Feudo di Disisa, nei pressi di Grisì, frazione del territorio di Monreale, siano custodite immense ricchezze che formano “Lu Bancu di Disisa”. Dentro di essa alcuni spiriti dalle sembianze umane giocano a bocce , a dadi o a carte, seduti su montagne di monete di purissimo oro o su gioielli tempestati di pietre prezioso. Il tesoro, pur non essendo custodito da nessuno, non è trasportabile all’esterno; infatti, si racconta che nessuno sia mai riuscito nell’impresa e, anzi che, chi avesse tentato di farlo, prendendo alcune monete d’oro, non fosse più riuscito a salire. Per vincere questo “Banco di Disisa” si dovrebbero trovare e uccidere tre uomini di nome “Santi Turrisi” provenienti da tre angoli diversi del regno e una giumenta bianca, anch’essa da sacrificare e mangiare dentro la grotta. Una leggenda truculenta e sanguinaria che nasce, probabilmente, per addebitare all’immaginifico il male che può albergare nell’uomo.

La “Biddrina”, gigantesco serpente.

Si narra che nelle zone umide delle campagne in provincia di Caltanissetta viva la biddrina. A quanto pare, il termine biddrina deriverebbe dall’arabo e indicherebbe un grosso serpente d’acqua. Stando ad altre fonti, invece, potrebbe originare da “belluino”, cioè “bestiale”. Questo rettile avrebbe un colore tra il verde e il blu, occhi rossi e una bocca talmente grande da consentirgli di ingoiare capretti, agnelli e perfino bambini! Spesso viene descritta come una grandissima biscia, come un’idra o, addirittura, come un incrocio tra un drago e un coccodrillo. È dotata di una corazza robusta, fatta di squame luminose, che la rende praticamente indistruttibile. Leggenda vuole che una biscia che rimane nascosta per sette anni si tramuti in biddrina, diventando gigantesca. Si tratta di una serpe ammaliatrice, che vive nascosta presso fonti e paludi e riesce ad attirare i malcapitati che passano, con il suo sguardo. L’habitat della biddrina sarebbe a Montedoro, in provincia di Caltanissetta, in un luogo paludoso, alimentato dalle acque sulfuree della vicina miniera di zolfo. Nei pressi di Riesi sarebbe stata avvistata in alcune grotte e nell’immaginario collettivo vive nei paesi del circondario, come Sommatino, Canicattì, Campobello e Marianopoli. A Butera, alla vigilia della festa di San Rocco, si usa portare in giro per le strade “u sirpintazzu”, uno spauracchio in cartapesta simile al drago della tradizione cinese, proprio per ricordare l’uccisione di una biddrina che infestava una contrada, uccidendo bestiame e selvaggina e impedendo ai contadini di coltivare le terre. Non è raro, per questa provincia, rintracciare fontane (anche in contrade) con sculture dedicate alla biddrina.

La leggenda di don Arcaloro.

Don Arcaloro (il barone Arcaloro Scammacca Perna della Bruca e Crisciunà, personaggio storico realmente esistito nel XVII sec.) se ne stava nel suo palazzo a Catania quando, il 10 gennaio 1693, sarebbe stato destato dagli schiamazzi di una donna anziana che egli ben conosceva per averla più volte vista in casa di alcuni nobili catanesi e che era tacciata di stregoneria. Questa chiedeva a gran voce di poter parlare con il barone in quanto aveva qualcosa di importante da comunicargli. Don Arcaloro, incuriosito, chiese ai suoi servi di far entrare la donna e questa, quando fu al suo cospetto, gli disse con aria tragica: “Domani al Vespro, Catania ballerà senza musica“. Alla richiesta di spiegare la sua criptica frase, la donna disse di aver sognato Sant’Agata nell’atto di intercedere presso Dio chiedendo di risparmiare la città di Catania dal terremoto che l’avrebbe colpita da lì a poche ore, ma che il Signore non aveva accolto la sua supplica. Colpito dalla notizia, che ritenne verosimile, il barone fece dare una ricompensa alla donna e si rifugiò in un suo palazzo di campagna vegliando per l’intera notte in attesa dell’evento annunziato. Il sisma in questione fu il terremoto su Val di Noto che distrusse Catania e buona parte della Sicilia Orientale.

Monte Navone.

Fra i paesi di Piazza Armerina e Barrafranca, si erge per ben 754 metri d’altezza Monte Navone. Monte dalla forma piramidale, secondo alcune tracce archeologiche, è considerato luogo anticamente antropizzato. La sua storia si perde nel tempo antico. La sua sommità, in particolar modo, è ricco di tracce di insediamenti di diverse epoca, tra cui quella greca. Figlio di una natura selvaggia ed incontaminata, Monte Navone fu ed è un vera e propria fonte di ispirazione per le leggende e le storie popolari più ancestrali e occulte. La sua nebbia che silenziosa scende dalla sua sommità durante i giorni d’inverno sembra portare con se tutto il peso dei secoli antichi, avvolgendo di misero le sue pendici verdeggianti. Basti pensare che proprio in cima si narra di un misteriosissimo tesoro, detto “dei sette re“, custodito da spiriti. Ma la leggenda più famosa e comune è quella che narra di una fiera fantasma che ogni anno prenderebbe vita dal nulla. A Piazza Armerina e a Barrafranca si racconta che quando la Madonna Annunziata si celebra di lunedì a Monte Navone “si fa festa” e proprio dalla grotta del tesoro dei sette re si odono strida e lamenti. Altre varianti vogliono la fiera ricrearsi quando Natale (a Raddusa) cade di lunedì oppure quando, durante quest’ultimo, si festeggia Sant’Agata (a Piazza Armerina). Per quel che concerne la prima variante, si narra che quando il Natale cadeva, per l’appunto, di lunedì gli antichi facevano festa sul Monte Navone con una fiera. In quel grande mercato v’erano beni di ogni tipo, animali di ogni specie e tanta gente. Un uomo vedendo tutto ciò si meravigliò e disse che sarebbe stato stupendo se quelle persone e quelle persone fossero diventate oro. Mentre affermava questo, i cieli si aprirono e tutti furono tramutati in oro. La montagna si chiuse. Da quel momento se qualcuno si trovasse ad andare a Monte Navone durante un Natale festeggiato di lunedì e senza sapere la storia e toccasse la montagna, la maledizione si spezzerebbe rendendo nuovamente ogni uomo ed ogni bestia nuovamente com’era, vivo e vegeto. Simile ma diversa è la seconda variante. In tale leggenda è la festa di Sant’Agata ad essere presa in considerazione. Infatti se un visitatore, senza sapere che in quel lunedì si festeggia la santa, si trovasse ad andare a Monte Navone, si ritroverebbe circondato da una fiera in festa. Da questa può comprare ogni cosa, tutto quel che vuole e, dopo mezzanotte, una volta a casa, tutto si trasformerebbe in oro puro. Sembrerebbe tutto rose e fiori ma c’è una nota dolente. Il visitatore dopo aver visitato la fiera può certamente tornarsene a casa ma durante il tragitto più di una voce chiamerebbe il suo nome nel buio e nel silenzio. Lui ha l’obbligo di non voltarsi mai e per nessuna ragione. Solo in casa queste voci svanirebbero. Qualora si voltasse, tutto quello che è riuscito a prendere alla fiera si trasformerebbe in nulla e gli spiriti lo picchierebbero brutalmente. Questo, secondo alcuni racconti, potrebbe anche portare alla morte dopo qualche giorno avanti la visita alla fiera di Monte Navone.

Suora fantasma al Teatro Massimo.

La storia del Teatro Massimo di Palermo è avvolta da un alone di mistero. Per realizzare questo imponente edificio lirico, fu necessario abbattere quattro chiese, due monasteri e una delle porte storiche della città. Durante quest’opera di demolizione, pare che la tomba di una suora sia stata profanata, mettendo bruscamente fine al suo eterno riposo. Si pensa fosse la prima Madre Superiora del convento, detta la monachella. L’ira della suora si sarebbe dunque scagliata sul teatro, i cui lavori di costruzione si sarebbero protratti per 23 anni e che sarebbe rimasto chiuso per altri 23 per restauri. Per placare l’ira della suora, venne realizzata un’iscrizione sul frontale del teatro: Vano delle scene è il delitto. Si dice che chi non crede alla leggenda inciampi su un particolare gradino del teatro, detto appunto il gradino della suora. C’è anche chi afferma di averne scorto l’ombra sul palcoscenico, dietro le quinte e nei sotterranei. Sebbene il teatro abbia raggiunto negli anni grande splendore, tanto da divenire l’edificio lirico più importante d’Italia, pare che la notte, al calare del sipario e allo spegnersi delle luci, il fantasma della suora continui a vagare irrequieto al suo interno.

Il castello di Caccamo.

Il castello di Caccamo è avvolto da un’antica leggenda, che affonda le sue radici in una vicenda storica.  Nel 1160 dei baroni siciliani, capitanati da Matteo Bonello, tesero un agguato mortale a Maione da Bari, primo ministro del re Guglielmo I. In seguito, i baroni si rifugiarono nel castello di Caccamo, fortificato negli anni proprio dallo stesso Bonello. Durante la rivolta, l’esercito del re si ribellò e una volta recatosi nel castello imprigionò e uccise Bonello nella sua cella. Si dice che la notte, Bonello vaghi nel castello, sfigurato, galoppando sul suo cavallo e che continui a maledire, furioso, coloro che in vita lo tradirono e ne provocarono la morte.

La leggenda del gorgo nero.

La leggenda racconta che fuori le mura della città, di Piazza Armerina (Enna) nel piano attualmente compreso tra la Chiesa dei Teatini e la Torre del Patrisanto, esisteva uno stagno gorgogliante di acque sulfuree. Questo stagno veniva utilizzato per dirimere le liti o per stabilire una verità. Nel primo caso i due litiganti, per dimostrare la loro ragione, gettavano nello stagno ognuno una tavoletta di legno. Se la tavoletta affondava, quello che l’ aveva gettata aveva torto; al contrario, se galleggiava, aveva ragione. Nell’altro caso le donne che credevano di aspettare un bambino, si avvicinavano allo stagno e inspiravano profondamente. Se venivano colpite da malore o stordimento erano certamente gravide; in caso contrario, no. Praticamente veniva utilizzato come test di gravidanza. Alle acque venivano quindi attribuiti il potere di scoprire gli spergiuri e quello di fornire responsi. Nella Chiesa dei Teatini esiste un’antica tela raffigurante la Madonna del Gorgo Nero.

Leggende in Sicilia: breve antologia sull’antropologia culturale. -vol. I-

di P.R. Arcadia80

-Volume I-

Secondo una definizione “abbondantemente” accettata, la leggenda: ha un fondamento storico. E’ il racconto di un evento alla cui base c’è un fatto storico realmente accaduto. Nel racconto orale la storia si è arricchita di particolari fantastici che la trasformano in leggenda.

La Sicilia è crocevia di miti, leggende e tradizioni sacre e profane millenarie dalle radici che affondano nelle tradizioni remote dei Fenici o dei Greci, dei Romani, dei Bizantini, degli Arabi, dei Normanni… oltre che nelle più antiche credenze popolari. Ad aumentarne l’importanza e l’imponenza, oltre appunto a questa storia millenaria, vi è il fatto di essere la patria di filosofi, santi, artisti, scienziati e poeti. E a tutto questo si unisce la maestosità delle sue caratteristiche ambientali, la bellezza del suo mare e delle sue montagne o lo splendore dei suoi monumenti.

Qui non tratteremo le leggende più “classiche” come ad esempio Aretusa o Aci e Galatea o Proserpina ma analizzeremo le leggende meno “famose”, quelle tramandate dagli anziani, quelle che tutt’ora puoi “vedere” camminare in un assolato giorno di Luglio o in un uggioso giorno di Novembre. Questa antologia sarà pubblicata in volumi e proverà a trattare brevemente la leggenda di una data città, un dato paese, una contrada o una montagna perchè in Sicilia, la leggenda è ovunque.


La leggenda del cavallo senza testa.

Nasce nella Catania del 700. Leggenda ambientata nella Via Crociferi ed in passato residenza di nobili che vi tenevano i loro notturni incontri o intrighi amorosi che dovevano esser tenuti nascosti. Quindi, essi fecero circolare la voce che di notte vagasse un cavallo senza testa, voce che intimorì la cittadinanza ed impediva alle persone di uscire di casa una volta calate le tenebre. Soltanto un giovane scommise con i suoi amici che ci sarebbe andato nel cuore della notte, e, per provarlo, avrebbe piantato un grosso chiodo sotto l’Arco delle Monache Benedettine. Gli amici accettarono la scommessa ed il giovane si recò a mezzanotte sotto l’arco delle monache, e vi piantò il chiodo ma non si accorse di avere attaccato al muro anche un lembo del suo mantello, quindi, quando volle scendere dalla scala, fu impedito nei movimenti e, credendo d’esser stato afferrato dal cavallo senza testa, morì. Pur vincendo la scommessa, la leggenda fu confermata.

La pantofola della regina Elisabetta I.

Maletto è in provincia di Catania. Quando nel 1603 i diavoli gettarono la regina dentro il cratere dell’Etna sulla rupe “Rocca Calanna” cadde una pantofola della regina Elisabetta. Molto tempo dopo, un pastorello ritrova tale pantofola, la volle toccare, ma si bruciò. Fu chiamato un frate esorcista e la pantofola volò su una torre del castello di Maniace, presso Bronte. Nel 1799 tale castello fu donato dai Borbone all’ammiraglio inglese Orazio Nelson,
durante una festa da ballo a Palermo. In quell’occasione una dama misteriosa, si dice il fantasma della regina Elisabetta, donò a Nelson un cofanetto contenente la fatidica pantofola; e gli raccomandò di non farla mai vedere a nessuno. Ma l’amante dell’ammiraglio, Emma Hamilton, riesce a trafugarla. La stessa notte l’ammiraglio vede in sogno la misteriosa dama che gli ricorda che ha perso tutta la sua fortuna. Pochi giorni dopo Nelson morì nella battaglia di Trafalgar, esattamente il 21 ottobre 1805.

L’elefante di Catania.

Simbolo di Catania dal 1239 è legato ad un’antica leggenda legata alla sua origine. Questa leggenda narra che quando Catania fu abitata per la prima volta, tutti gli animali feroci furono allontanati da un elefante al quale i catanesi, per ringraziamento, eressero una statua, da loro chiamata “liotru”, correzione dialettale del nome Elidoro, un dotto catanese dell’VIII secolo bruciato vivo nel 778 dal vescovo di Catania San Leone II il Taumaturgo, perché, non essendo designato vescovo della città, disturbava le funzioni sacre con magie, tra cui quella di far camminare l’elefante di pietra. Diverse ipotesi sono state fatte per spiegare l’origine e il significato di tale statua, oggi visibile in Piazza Duomo. Di queste ipotesi, due sono meritevoli di menzione:
1) quella dello storico Pietro Carrera da Militello che lo spiegò come simbolo di una vittoria militare dei catanesi sui libici;
2) quella del geografo arabo Idrisi nel XII secolo secondo la quale l’elefante è una statua magica costruito in epoca bizantina per allontanare da Catania le offese dell’Etna.

Il fiume di latte.

A Catenanuova in provincia di Enna, ed esattamente in contrada Cuba, esiste un’antica masseria che in passato fungeva anche da albergo e da stazione di posta. Una lapide sotto il balcone ricorda che in quella stazione pernottarono un re e una regina nel 1714 ed il poeta tedesco Wolfgang Goethe con l’amico e pittore Crisoforo Kneip. La coppia regale vi pernottò nel 1714 a causa del marchingegno del cavaliere Ansaldi da Centùripe, il proprietario della masseria-albergo, che voleva ossequiare personalmente il re Vittorio Amedeo II di Savoia, re di Sicilia dal 1713, che con la regina Anna d’Orlèanns si stava recando a Messina per tornare in Piemonte. Quando il corteo reale stava per giungere alla sua masseria, il cavaliere ordinò ai suoi dipendenti l’ordine di versare nel torrente vicino tutto il latte che avevano munto quel giorno. Quando il re fu avvisato dalle sue guardie, incredulo, volle assaggiare e riconobbe che i suoi uomini avevano ragione. Il cavaliere Ansaldi si rivelò ed ammise tutta la storia ed il suo desiderio. L’invito fu gradito al re che alla partenza nominò Ansaldi Capitano onorario delle Guardie reali.

La leggenda dei fratelli pii.

Racconta la leggenda che un tempo lontano vivevano alle falde dell’Etna due fratelli, Anapias e Anphinomos, con i loro genitori. Una notte si scatenò una violenta eruzione (storicamente identificata con quella del 693 a.C.). L’unica possibilità di salvezza era quella di fuggire rapidamente, correndo più veloci della lava. Ma i due fratelli non vollero abbandonare i vecchi genitori infermi, così se li caricarono sulle spalle e iniziarono a correre rallentati dal loro peso. La lava stava ormai per raggiungerli, quando accadde il miracolo. La lava rallentò e poi si aprì un varco intorno a loro, lasciandogli libera la strada. Quando i ragazzi erano ormai in salvo con i genitori, la lava si richiuse alle loro spalle e riprese a scorrere naturalmente. L’eroico esempio dei due giovani fu celebrato a lungo in Sicilia. In loro onore furono eretti templi, scolpite statue e vennero ricordati nella monetazione antica di Catania. Il mito dei fratelli pii fu causa di discordia con Siracusa che ne contestò i natali. Il nome di Anapias ricorda, infatti, il fiume Anapo che attraversa Siracusa, prova, a dir loro, dei natali siracusani dei due fratelli.

La leggenda della messa interrotta.

Riguarda la distruzione di Gulfi (Ragusa) nel 1299. In base a tale leggenda, dei soldati francesi penetrarono nella Chiesa dell’Annunziata uccidendo i fedeli ed il sacerdote interrompendo la messa durante l’elevazione del calice per poi andare a godere dei frutti del loro saccheggio. Allo scoccare della mezzanotte si sentì suonare messa nella stessa Chiesa ed appare il prete col calice in mano seguito da tutti i fedeli. Come trascinati da una forza misteriosa, tutti i soldati francesi entrarono in Chiesa insieme ai fedeli uccisi, la messa ricominciò dal punto in cui era stata interrotta; alla fine un turbine scosse la Chiesa e fece aprire una voragine nel pavimento dove precipitarono tutti i soldati francesi, voragine che poi si richiuse su di loro.

I cirnechi di Adrano.

Un tempio famoso, vicino Paternò, è quello dedicato al dio Adrano. I cani che facevano da guardia al tempio erano mille cirnechi dell’Etna. Si racconta che i cirnechi fossero dei cani intelligentissimi tanto che accoglievano festanti tutti i visitatori del tempio, aiutando le persone con problemi di deambulazione o accompagnando a casa gli ubriachi, ma sbranavano coloro che andavano al tempio per rubare, i bugiardi o chi aveva cattive intenzioni (da qui, sarebbe mutuata nata l’espressione siciliana “chi ti pozzanu manciari li cani“, come forma di imprecazione contro qualcuno che fa una cosa malvagia).

Il viaggio dei morti a Piazza Armerina.

Questo piccolo pellegrinaggio, secondo la consuetudine antica, se non si fa da vivi si farà da morti, per cui è preferibile adempiere questa devozione in questa vita. Infatti da morti si dovrà passare attraverso le spine (tante tribolazioni). Si parte dalla chiesetta di S. Giacomo (Bellia) a mezzanotte in punto facendosi il segno della croce e portando in mano una canna tagliata a sette nodi. Il viaggio si farà nel massimo silenzio e senza interruzione (come fantasmi), pena la decadenza del voto, e pregando. L’organizzazione del viaggio si farà prima in quanto, messisi in fila, non ci si dovrà voltare indietro, nè di lato, ma con lo sguardo fisso in avanti in atteggiamento devoto. In pratica si dovrà simulare la morte vivente. Si arriverà alla cappelletta di S. Croce e quindi si farà il viaggio di ritorno a S. Giacomo sul cui tetto si getterà la canna. Il viaggio (ormai questa pratica è pressoché scomparsa) era fatto quasi esclusivamente da donne e solo da rari uomini per lo più in veste di accompagnatori a causa dell’ora. Durante una notte di viaggio (di circa 30 anni fa), una donna pellegrina avrebbe sognato S. Giacomo, un uomo alto, robusto e con la barba fluente, che le disse: “Avete fatto un buono e giusto viaggio, però non vi siete confessati e comunicati“. Quindi sparì. La donna disse tutto alle proprie amiche e al prete (Padre Giangrande) il quale, non giudicando il “viaggio” come cosa cattiva, fu disposto, da allora in poi, a confessare e comunicare i pellegrini. Si racconta che un uomo in processione vide passare due donne in silenzio e in una di queste riconobbe la propria madre morta che evidentemente stava facendo il pellegrinaggio.

Sabucina è piena d’oro!

Leggenda vuole che un pastorello cercasse la sua pecora smarrita vicino all’attuale Parco archeologico di Sabucina, sul monte omonimo, a pochi chilometri dalla città. Arrivata la sera, non avendola ancora ritrovata, si rintanò in una grotta per dormire, ma un gran chiasso lo spinse fuori dalla caverna. Sbigottito, si ritrovò nel mezzo di una fiera dove si vendeva di tutto, la stessa fiera che oggi si svolge ogni anno a mezzanotte in punto e che la gente chiama “la fiera fatata”. Con i pochi soldi che aveva comprò delle arance, trovò poi la sua pecora e se ne tornò a casa. Raccontò ogni cosa al padre, che incuriosito volle vedere quelle arance; le sbucciò e con grande sorpresa scoprì che erano tutte d’oro. A quel punto, il ragazzo tornò alla grotta aspettando il richiamo del trambusto della fiera, ma non accadde nulla. Amareggiato uscì fuori, ma una torma di cornacchie levatasi in volo dal monte Capodarso lo assalì per la sua avidità.

La fontana di San Diego a Canicattì.

La fontana di S. Diego
Dalla Spagna portavano a Caltanissetta una statua di San Diego d’Alcalà su di un carro tirato da buoi. Giungendo alle porte di Naro, gli uomini si fermarono un poco, vinti dalla stanchezza e dal caldo e alla ricerca ansiosa di acqua per dissetarsi. La zona sembrava veramente arida ma la statua di San Diego cominciò a zampillare dai piedi un “fiore” d’acqua limpida e fresca. Quindi fu ripreso il cammino verso Caltanissetta; ma giunti che furono a Canicattì, dinanzi la chiesa di San Sebastiano, il quale è il patrono del paese, i buoi non vollero più procedere e non ci fu forza umana che valesse a smuoverli. Il santo voleva essere eletto protettore di Canicattì e così fu fatto.

Il re Miramolino e la principessa Nevara.

Quando gli arabi conquistarono la Sicilia, i siciliani erano poco inclini ad osannare i nuovi conquistatori. L’ostilità tra le due fazioni, i conquistati e i conquistatori, era tale che il re arabo Miramolino doveva trovare una soluzione. La principessa Nevara, che non mancava mai di consigliare il padre, gli disse di non usare la forza, in quanto si prendono più api con un ramoscello fiorito che con una grossa botte di aceto. La buona principessa non amava la violenza, ed in più s’era innamorata di un nobile siciliano e quindi si operava per avvicinare gli uni agli altri superando ogni asperità con la saggezza. Miramolino permise ai siciliani di continuare a lavorare la terra e di commerciare per mare e per terra. Tuttavia, per sottolineare chi aveva il potere, ordinò che non portassero armi, né montassero cavalli, né che suonassero le campane delle loro chiese. Le armi fu facile farle sparire nascondendole per ogni evenienza. Sul divieto di cavalcare, essi si dissero: «Né noi, né loro». Avvelenando gli abbeveratoi, in breve tempo fecero morire tutti i cavalli dell’isola. Gli arabi, che non mancavano di certo di cavalli, allestirono navi dal nordafrica cariche di nuove cavalcature. Si narra che il destino, con grandi tempeste, fece affondare tutte le navi, tranne una: piena di asini di Pantelleria. Facendo buon viso a cattivo gioco, gli arabi camminavano a dorso degli asini. La situazione era talmente ridicola che i siciliani, vedendo gli sceicchi cavalcare asini (dal latino asini) li chiamarono in dialetto da allora scecchi. Il re andò su tutte le furie per l’oltraggio che si consumava, ideò di far inchinare gli abitanti al passaggio degli asini, cavalcati o no che fossero. La principessa Nevara fece notare a Re Miramolino che l’ordinanza avrebbe portato su di se il ridicolo e non il rispetto della propria dignità. Re Miramolino seguì il consiglio della figlia, anzi, andò oltre. Non solo non fece la nuova ordinanza, ma revocò anche quella precedente. I siciliani poterono così portare armi, montare cavalli, e suonare le campane delle loro chiese. La nuova convivenza aumentò il rispetto reciproco: vicino a chiese cristiane sorsero moschee, ognuno pregava il suo Dio, lavorava in pace e in pace producevano e commerciavano. Iniziò un periodo di pace e tutti vivevano contenti uno accanto all’altro.

…continua.

Breve sunto sulle fornaci di Aci Castello

di Monteneri Graziano

Parlare delle fornaci presenti nelle valli dell’Aci, in particolare quella di Aci Castello, significa acquisire la consapevolezza che gli antichi romani hanno dato struttura a molte delle attività produttive tuttora esistenti, riuscendo a costruire un complesso organizzato di attività e tecniche vicine al modello industriale. I livelli di organizzazione e le capacità di vendita e produzione della industria antica non sono certo paragonabili a quelli dell’età moderna, specie se pensiamo ai progressi compiuti con la rivoluzione industriale. Nella Roma imperiale ancora manca una produzione di massa e quando parliamo di industria nella antichità si deve intendere l’attività organizzata per la produzione e la vendita di prodotti manufatti1: oggetti di uso comune, armi, strumenti per la guerra o per la cura del corpo, utensili in uso nelle navi mercantili e militari. Non dobbiamo immaginare la Roma imperiale così come ci appare nelle pellicole cinematografiche, o nelle varie produzioni artistiche odierne; sino all’epoca di Silla, circa nel I secolo a.C., la città versava in condizioni pessime: dopo l’incursione dei Galli era stata ricostruita senza un piano prestabilito, i quartieri erano irregolari, le strade strette e tortuose; le case alte, addossate per lo più le une sulle altre2. Alla corte di Filippo di Macedonia, negli anni dello stesso secolo, la capitale della romanità era schernita dai più proprio per il suo aspetto misero e simile ad un sobborgo, ed è molto probabile che tale condizione urbanistica fu la causa dei continui incendi cui era soggetta la città. Questa situazione comincia a cambiare solo all’inizio dell’età imperiale, sebbene già all’epoca finale della Repubblica la politica sillana e cesarea avesse dato impulso ad un piano urbanistico; ma è nel I secolo d.C. che l’architettura e la costruzione presero a svilupparsi. Per riuscire a “ricostruire” la città era necessario fare affidamento alle industrie edili, e dunque a concentrare l’attenzione sulle tecniche e i materiali da costruzione; le fornaci di epoca imperiale cominciarono a lavorare a ritmi serrati, diffondendo in ogni angolo dell’impero una gran quantità di prodotti manufatti, e così anche in Sicilia vi fu uno sviluppo delle fornaci. In particolare il progresso “industriale” si ebbe col principato Marco Ottaviano, durante il quale si erano poste le basi per un lungo periodo di pace (Pax Augusta), condizione questa fondamentale per lo sviluppo del commercio e della produzione. Molte delle tecniche romane erano di derivazione etrusca, specie per quanto riguarda i metalli, come il ferro; se non erano riusciti a produrre l’acciaio – il quale si ottiene con la fusione del ferro – furono in grado di produrre una gran varietà di materiali: peltro, ottone, leghe di carbonio, bronzo. Vale lo stesso per l’industria ceramica che vide una grande espansione non solo in termini numerici ma anche per le competenze; in archeologia col termine opus (opera) si intende riferirsi a questi diversi tipi di opera muraria. Già gli scrittori latini elencano un gran numero di specificazioni, l’opus alexandrinum, mosaico pavimentale realizzato con tessere, l’opus arentinum, un intonaco ottenuto con la sabbia, l’opus barbaricum, l’opus caementicium, l’opus craticium, l’opus figlinum, l’opus mixtum, l’opus musivum, l’opus quadratum, l’opus incertum, e diversi altri sino ad arrivare all’opus latericium il più noto nell’immaginario collettivo di oggi che designa una muratura realizzata con mattoni crudi o cotti solo in parte.
Le officine sorgevano in ben specifiche zone boschive, la legna infatti era essenziale al processo di cottura dell’argilla, e con una disponibilità di acqua, elemento necessario alla lavorazione perché l’argilla diventa malleabile con l’acqua e dunque permette di essere lavorata anche con le mani. Il centro delle industrie ceramiche era costituito dalla città di Arezzo e, dal I secolo a.C., riuscì a imporre la ceramica a vernice rossa, detta terra sigillata3. Con questo termine si intende quel tipo di lavorazione dell’argilla destinata per lo più ad essere utilizzata per il servizio da tavola, ed è per questo che tra gli oggetti prodotti troviamo in genere vasellame, stoviglie, crateri, piatti, anfore (per acqua, olio, vino). La caratteristica più evidente di tali prodotti è la colorazione rossa o rossastra, che ha preso il posto della ceramica a colorazione nera, la quale non fu più richiesta già a partire dal I secolo a.C. (Fig. C). Questo particolare tipo di produzione era abbastanza semplice, nello stile decorativo e nella tecnica: le forme sono quasi sempre regolari lisce, e le decorazioni ricorrono spesso a figure in rilievo, o incisioni, che non venivano colorate e dunque si preferiva la scelta monocromatica.
Come si nota nella immagine (Fig. A) il bassorilievo sul piatto non presenta colorazione, la prospettiva non è studiata ma si limita ad una mera intuizione dello spazio geometrico. Le scene che venivano rappresentate erano di tipo pastorale, relative alla vendemmia o alle stagioni in generale, ma potevano essere raffigurate anche scene erotiche e mitologiche. Si può notare lo stile di produzione molto simile nei manufatti delle fornaci della valle dell’Aci (Fig. B) conservate nel museo di Santa Venera al Pozzo. Ricorrono la monocromatica, i semplici bassorilievi, anche se applicate per crateri e vasellame per uso vario, e l’impiego di argilla rossa. Le fornaci presenti nella regione considerata erano tre e riuscivano a produrre un discreto numero di manufatti, si tratta di prodotti molto richiesti la cui domanda aveva determinato l’installazione di numerose industrie di questo tipo in tutta Italia; basti pensare ai ritrovamenti di molti oggetti simili con migliaia di firme diverse di ditte specializzate.
Nel complesso considerato sono presenti delle vasche per contenere l’argilla, e piani di lavorazione per il vasellame e i laterizi (Il laterizio indicava quei materiali che i romani utilizzavano per la produzione di mattoni in edilizia). L’acqua era invece garantita da un pozzo, posto a nord dello stabile, inoltre era presente anche una camera di combustione per la cottura del materiale e che, sfruttando il vento, rendeva possibile raggiungere anche elevate temperature. Questo spiegherebbe anche il ritrovamento nella zona di alcune terme del tipo calidarium, destinate cioè ai bagni caldi e di vapore.
La storia della fornace di Aci Castello si perde purtroppo nella selva di queste industrie sparse in tutta Europa ed in Africa, ed inoltre si deve aggiungere che nel corso della lunga vita dell’Impero questi impianti furono sostituiti o soppiantati da fabbriche di ceramica per uso domestico. Con l’imperatore Adriano in particolare, nel 123 d.C., la produzione delle figline (stabilimenti di produzione del laterizio) è stata organizzata centralmente, ossia diretta come proprietà imperiale. Già nel II secolo d.C. le fabricae, e l’artigianato libero nelle città, regrediscono sempre di più, per lasciare il posto, nel III secolo d.C., agli artigiani raccolti in corporazioni; in seguito saranno costretti a consegnare i loro prodotti all’Impero: lo Stato prescriverà che ognuno sia vincolato nella propria professione in queste corporazioni obbligatorie – secondo il decreto emanato da Diocleziano nel 297 d.C. – finendo per delineare una economia dirigistica per assicurare l’approvvigionamento dell’esercito4.

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1 Enciclopedia dell’antichità classica, a cura di E. Dossi, Garzanti, Torino, 2000 pag. 713

2 Ludovico Friedlaender, Studi intorno agli usi e costumi dei romani – nei primi due secoli dell’era volgare, trad. di A. Di Cossilla, vol I, Manini, Milano, 1874, pag. 11.

3 Ivi p. 714

4 Atlante storico, Garzanti, Milano, 2011, pag. 105.

Sambuca di Sicilia: un borgo sulle propaggini occidentali dei Monti Sicani

di Milazzo Alessandro Vito

Il borgo di Sambuca di Sicilia (AG) vanta una storia che ancora oggi testimonia quel passaggio di popoli che nei secoli caratterizzò la Sicilia. L’attuale nome richiama la denominazione araba dell’insediamento che prese il nome di Zabut “la splendida”, fondato dall’emiro Al-Zabut che scelse questo luogo per la sua posizione strategica su una collina e per la vicinanza del fiume Carboj (Fig.1).

La conquista araba della Sicilia, iniziata nell’827 con lo sbarco nella parte occidentale dell’isola, rese subito necessario individuare e stabilire dei luoghi per installare delle roccaforti per il controllo del territorio e il proseguo dell’impresa. L’830 è l’anno in cui giunse un’importante contingente di forze arabe per proseguire la conquista dei centri maggiori della Sicilia ancora nelle mani dei Bizantini.1 È in questo contesto che va inserita l’edificazione del castello di Zabut e della prima frequentazione dell’area intorno.

Gli arabi amministrarono la Sicilia garantendole un felice periodo di stabilità e floridezza economica e culturale. Oltre a Palermo, la nuova capitale del regno a discapito di Siracusa, avvenne l’ascesa di nuove città come Agrigento. Quest’ultima fu un importante porto per l’esportazione del salgemma e centro di raccolta per la produzione dei cereali dell’altipiano centro-meridionale.2 Rientra nei meriti degli arabi anche la gestione delle varie etnie e fedi religiose presenti nell’isola risolta, non con persecuzioni, ma con la presenza di imposte di compensazione come la Jizya ricadente su tutti coloro che non facevano parte della comunità islamica. Nei pressi di Sambuca sappiamo che alla comunità cristiana del borgo di Adragnus (Adragna)3, alle pendici del Monte Adranone, fu costretto il pagamento di questa tassa per continuare a professare la loro fede e non è improbabile che vi fosse una pacifica convivenza tra le diverse comunità.

Al periodo della frammentazione dello stato arabo in Sicilia, causato da un venire meno di un controllo centralizzato e dall’emergere di diversi comandanti denominati “Qāʾid”, segue la conquista normanna. In quel periodo Zabut faceva parte del territorio del Qāʾid Muhammad ibn Umar ibn Mankud che controllava la parte occidentale della Sicilia comprendente le zone di Trapani, Mazara e Marsala.4

Il castello di Zabut rientrava in un sistema di roccaforti che insieme al castello di Giuliana e a quello di Santa Margherita del Belice servivano a controllare il territorio; era inoltre servito dal fortino Mazzallakkar, un forte che presenta una pianta quadrangolare dotato di torrioni circolari, oggi semisommerso delle acque del Lago Arancio, bacino artificiale alimentato dal fiume Carboj (Fig.4). In età normanna in castello di Zabut e il suo casale- area comprendente terre, edifici e chiese di una determinata area- vennero concessi da Guglielmo II all’abbazia benedettina di Santa Maria Nuova di Monreale5. Questa donazione, avvenuta nel 1185, rientrava in quella serie di concessioni, iniziate già nel 1174, con cui il sovrano dotò l’abbazia di Monreale di un patrimonio territoriale e di risorse immenso in tutto il Val di Mazara. Questi castelli, come quelli di Sambuca, Iato, Corleone e Calatrasi, e i casali, come quello di Sambuca- chiamata Lachabuca– o quelli di Giuliana e Adragna appartenevano al demanio reale e questa loro concessione era un atto dall’importante valore politico, oltre che economico6.

Il casale di Sambuca costituiva, probabilmente, un’appendice del castello coincidendo con quell’area che oggi è denominata “dei vicoli saraceni” o “dei sette vaneddi”. (Figg. 6-7)

Zabut, tuttavia, continuò ad essere abitata da una comunità araba fino al XIII secolo, quando, in seguito ad una ribellione, Federico II fece strage della popolazione dopo due anni di resistenza. Dopo la distruzione di Adragna- oggi Contrada Adragna facente parte di Sambuca di Sicilia- i suoi abitanti si spostarono a Sambuca, che in quegli stessi anni, riuscì a resistere all’ assedio da parte di Martino I. Questi scontri furono il frutto di una sanguinosa guerra civile che animò la Sicilia all’interno della guerra di successione nella casata d’Aragona di Sicilia tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo.   

Il castello nel 1570 venne concesso ai Beccadelli di Bologna passando da baronia a marchesato. Nel 1600 una delle sue torri venne inglobata nel campanile della Chiesa Madre, sorta nel luogo dove un tempo vi era una moschea (Fig.5)7. Del castello oggi non resta nulla poiché distrutto nella prima metà dell’XIX secolo dopo un breve riutilizzo come carcere; al suo posto è stato realizzato un belvedere che abbraccia un panorama che va dalla Valle del Belice ai Monti Sicani (Figg.2-3) Anche se della Zabut medievale restano flebili tracce, ciò che resta dialoga in maniera interessante con le chiese barocche e i palazzi dell’Ottocento; gli stessi vicoli che brulicavano di vita nella Zabut araba sono oggi stati rivalorizzati grazie ad iniziative di street art il cui soggetto è stato per l’appunto il legame con il Mediterraneo e il mondo arabo (Fig.8) Sambuca di Sicilia, oggi, subisce gli effetti del progressivo spopolamento a cui vanno incontro molti borghi dell’entroterra. Tuttavia, le sue caratteristiche storico-culturali ed etno-gastronomiche gli hanno permesso di essere ascritto tra i borghi più belli d’Italia e possono essere il punto di partenza per un turismo intelligente e sostenibile.

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1 Amari 1854, Storia dei Musulmani di Sicilia, Vol.I, Firenze 1854, pp.264-292;

2 Piccinni 2007, I mille anni del Medioevo, Milano 2007, pp.75-76.

3 Fazello 1558, Storia di Sicilia. Seconda Deca, p.578.

4 Birk 2016, Norman Kings of Sicily and the Rise of the Anti-Islamic Critique, London 2016, pp.42-43.

5 Tabulario di Santa Maria Nuova di Monreale, perg. nr. Balsamo 68, Palermo, Biblioteca Centrale della Regione Siciliana.

6 Johns 2002, Arabic Administration in Norman Sicily: The Royal Diwan, Cambridge 2002, pp.151-152

7 Di Giovanna 1985, Alla scoperta della terra di Zabut, Sambuca di Sicilia, Adragna Carboj, 1985

Viaggiare nell’aldilà con Caronte: il prezzo da pagare.

di P.R. Arcadia80

Per definire il costo di questo “viaggio” prenderemo i dati letterari forniti dal “obolo di Caronte” e le evidenze archeologiche. Riferimenti al pedaggio per questo nocchiero sono contenuti in passi di autori greci e latini fra la fine del V sec. a.C. e la fine del II d.C.. La commedia di Aristofane “Le rane” è certamente la fonte più antica: in un dialogo fra Dioniso ed Eracle, il dio chiede all’eroe come possa attraversare il lago senza fondo nell’Ade, il confine fra vivi e morti, per poter liberare Euripide ed Eracle consiglia lui di portare con se due oboli da consegnare ad un anziano barcaiolo. Secondo Aristofane, dunque, la tariffa sarebbe stata di due oboli. Questo probabilmente dovuto al fatto che ogni spettatore aveva pagato due oboli per vedere lo spettacolo ma esiste anche l’ipotesi legata alla diobelia una sorta di sussidio di disoccupazione fatta votare da Cleofonte nel 410. Ma dobbiamo anche considerare che, probabilmente, Eracle consiglia due oboli da utilizzare uno per l’andata ed uno per il ritorno. Questa è, ad esempio, la motivazione che ritroviamo in Apuleio. Eppure anche qui potremmo scindere ancora la motivazione, consapevoli che Apuleio possa utilizzare il numero due per simboleggiare il passaggio dalla morte ad una nuova nascita data la sua devozione per Iside.

Ad una sola moneta fanno invece riferimento due epigrammi dell’Antologia Palatina: entrambe le composizioni presentano Diogene, il filosofo di Sinope, notoriamente povero, chiedere a Caronte di essere accolto nonostante la barca sia colma. Il suo bagaglio è costituito da una fiasca, una bisaccia, un vecchio mantello ed un obolo. Vi sono comunque anche altri epigrammi dell’Antologia Palatina che si concludono dicendo che di tutti gli averi accumulati nel corso della propria esistenza, il defunto può portare con se solo un obolo. Ad un obolo fa riferimento anche Luciano nel dialogo Caronte in cui il nocchiero afferma che, fra i diversi metalli, egli conosce solo il bronzo perchè un obolo di bronzo è ciò che chiede ai “naviganti” verso l’Aldilà.

Le fonti: evidenze letterarie ed archeologiche.

Nelle fonti greche il costo del traghettamento è indicato in oboli. Si tratta dunque di una moneta del valore di un sesto di dracma, coniata inizialmente in argento ma, a partire dal IV sec. a. C., in bronzo e, più sporadicamente, in oro. Più varia e complessa è la testimonianza degli autori latini, anche per le riforme adottate, dove si passa dall’uso di aera (Properzio) al triens (Giovenale), agli stipes (Apuleio).

Tutte le fonti sono comunque concordi su un punto e cioè lo scopo: il pagamento a Caronte per il pedaggio del trasbordo nell’Ade. La pratica di deporre monete nelle sepolture è in realtà precedente alla figura del Caronte barcaiolo. Non vi è alcun riferimento ad esempio in Omero, sebbene si menzioni l’Acheronte (Odissea, X,). Il primo riferimento letterario a noi pervenuto è in un verso del poema epico Miniade, riportato da Pausania, ove Caronte compare come una sorta di traghettatore locale. Eschilo menziona la barca ma non il conducente nel suo Sette contro Tebe. Il primo vero cenno a lui ed alla tariffa richiesta è, come abbiamo visto, in Aristofane.

A livello figurativo i manufatti di età greca relativi alle anime sulla barca di Caronte non fanno mai riferimento alla consegna di monete al nocchiero, con l’eccezione di due casi tutt’ora studiati: una lekythos che raffigura una moneta nella mano del defunto e una lucerna in terracotta con lo stesso soggetto. Le prime attestazioni di monete in necropoli greche risalgono al V sec. a. C. (Corinto), ad Atene l’uso di monete in contesto funerario è invece decisamente limitato. Una maggiore diffusione si ha invece per tutto il periodo romano, ovviamente la consistenza delle monete varia da necropoli a necropoli. Nelle catacombe cristiane la deposizione di monete è attestata in Sicilia (Siracusa, scavi catacomba Vigna Cassia) mentre a Roma è documentata l’usanza di murare i loculi con all’interno gioielli, pettini e monete. Nel VI secolo è interessante la testimonianza di una disposizione di Teodorico che per contrastare le usanze funerarie pagane raccomanda di non deporre oggetti preziosi nelle tombe perchè sono più utili ai vivi che ai morti (Variae, Cassiodoro). Nonostante ciò, attestazioni sporadiche di deposizioni di monete in sepolture si hanno pure in età medievale avanzata (tomba, XV sec., Pieve di Santa Maria all’Impruneta). Nel 1620, un canone del Sinodo di Otranto, pena scomunica, vieta di deporre una moneta nella bocca di colui che sta per spirare.

Orfismo: culto misterico o religione?

di P.R. Arcadia80

L’incursione nell’orfismo è certamente motivata dalla connessione con i culti dedicati a Demetra e Dioniso. La presenza orfica nel culto eleusino parrebbe concreta nel IV secolo (lo storico Eforo ci riferisce che Orfeo avrebbe appreso i segreti dei misteri a Samotracia, per insegnarli poi a Eleusi): tuttavia, per molti versi, l’esperienza orfica sembra, così come risulta documentata nel V secolo, giustificare la supposizione di una convergenza più antica con quella eleusina, soprattutto per i suoi risvolti escatologici. Il culto orfico presuppone una teologia e una precettistica, costituendosi quindi con i tratti di una religione, come confermerebbe un passo famoso del Menone platonico, dove Socrate afferma, riferendosi a una dottrina che possiamo riconoscere come orfica (metempsicosi): “Le proponevano sacerdoti e sacerdotesse, che si curavano di saper dare ragione del loro ministero. Ma le sostengono anche Pindaro e molti altri poeti, quelli che sono divini”.

In merito ad una letteratura possiamo ricordare la serie di teogonie ( ove è trattato il mito dell’origine dell’umanità e la connessa dottrina di una colpa originaria, che investirebbe, con le proprie conseguenze, la vita umana e dunque a ciò la collegata fede nell’immortalità dell’anima) attribuite al mitico cantore Orfeo, e documentate per lo più nella letteratura neoplatonica, ma con più echi antichi, per esempio in Aristofane (Uccelli). A questa teologia aggiungiamo i precetti intesi come pulizia dalla colpa e all’unione col dio: i riti [teletai] di purificazione [katharsis] e di comunione (partecipazione cultuale), l’osservanza di precise norme o tabù (alimentari ad esempio) ed ascetismo, come attitudine mentale al disprezzo per il corpo.

Sullo sfondo di ciò si stagli il mito che ci è così proposto, nel quadro di una presunta teogonia orfica, da un tardo commentatore platonico Olimpiodoro: “Presso Orfeo si tramandano quattro regni: il primo è il regno di Urano, cui succedette Crono […] dopo Crono regnò Zeus […] in seguito, a Zeus succedette Dioniso: dicono che per macchinazione di Hera i Titani che gli stavano intorno lo sbranassero e gustassero le sue carni. E Zeus, adirato, fulminò costoro, e dalla fuliggine dei vapori che si levarono da essi, sedimentata in materia, nacquero gli uomini […] difatti noi siamo una parte di Dioniso […]”. Il mito è certamente antico, perché eco della colpa titanica si riscontra nelle Leggi di Platone (IV secolo) e in Pindaro (V secolo) ma allusioni sono riscontrabili anche nei Katharmoi di Empedocle.

Nei testi e nei frammenti si accenna a cicli di incarnazione e reincarnazione, durante i quali l’anima sarebbe messa alla prova e poi punita o remunerata attraverso un giudizio e conseguenti premi e punizioni ma anche alla possibilità di sfuggire alla necessità del traumatico passaggio nella carne, per chi sia passato, senza commettere ingiustizia, attraverso tre cicli di giudizio. Per costoro si apre la prospettiva della beatitudine in una sorta di luogo paradisiaco, designato dalla mitica isola dei beati, e dunque della ricongiunzione piena con il divino. In tale prospettiva, anche nell’orfismo in quanto escatologia, diventa decisiva l’esperienza finale, l’estrema prova di liberazione che prelude alla conclusione delle peregrinazioni dell’anima. A questo scopo, come istruzioni d’uso per l’al di là, sono essenziali le laminette funerarie ritrovate in varie località del mondo ellenizzato, la più antica, quella di Ipponio, in Magna Grecia, che salda questo sentiero di purificazione e formazione dell’anima alle analoghe iniziazioni misteriche e dionisiache: nel testo, infatti, troviamo l’ultima vicissitudine dell’anima dell’iniziato [mystes, come a Eleusi, e bakchos, come il seguace di Dioniso] e la sua prova conclusiva: sotto l’egida della divinità orfica Mnemosyne, dea della memoria, l’anima rivendicherà nell’Ade la propria origine celeste , essendo figlia di Terra e Cielo (in Esiodo proposti come genitori di tutti gli dei).

La cultura religiosa orfica, quindi, è ancorata a una forma di suprema conoscenza, attraverso la quale si entra in un orizzonte trascendente, divino e indicibile. La differenza di fondo rispetto ai misteri di Eleusi o al culto di Dioniso risiede semmai nel fatto che il culmine non è più inerente al rito né è individuabile in un momento della esperienza mortale dell’anima, ma soltanto in quell’istante decisivo del confronto tra anima e eternità che gli orfici spostavano nell’Ade, quando la psyché si sarebbe trovata a dar prova di sé, rifiutando le attrattive dell’oblio e recuperando, grazie alla memoria, la propria origine divina.

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