Formazione e morale militare romana

di Monteneri Graziano

Il legame che si vuol presentare nel corrente scritto è quello fra la tradizione militare romana e il concetto stesso di romanità, tale da aver portato quella che era una piccola polis all’essere la sommità di uno dei più grandi popoli della storia. Molti popoli hanno avuto eserciti ben più numerosi di quello romano antico, come quello persiano negli anni del secolo V a.C.; eppure la vastità delle truppe persiane non sono bastate a sopraffare il piccolo numero delle póleis greche, decisamente più motivate. Mentre diversi altri popoli, pur non potendo contare sui grandi numeri, ebbero tra le loro schiere uomini molto motivati, tanto che tale sprone ne costituì l’elemento di successo, come fu per l’esercito di Alessandro Magno nel IV sec a.C.; eppure tale arditezza non fu sufficiente a preservare l’impero del macedone. I romani furono invece un popolo che condensava affinamento tecnico ed esercizio costante con una intensa vocazione alla guerra, una disposizione tanto radicata che persino agli albori di Roma fu tale da provocare il rifiuto di comandarla da parte di Numa Pompilio. Quest’ultimo infatti era noto per essere cittadino amante della tranquillità e dello studio, e quando i romani chiesero a lui di prendere il posto di Romolo egli, dapprima, rifiutò dicendo: « La sorte di chi assume il vostro regno non è neppure ignota […] il popolo è ormai abituato alla guerra, la brama per i suoi successi, e non c’è nessuno che non veda come desideri espandersi e dominare altri popoli. Una città che ha bisogno di un condottiero più che di un re1». Secondo Vegezio il popolo romano ha conquistato il mondo con l’esercizio delle armi, con la disciplina del campo e con l’esperienza militare2, qualità che si manifestarono come complesso di valori di una intera società e non soltanto in ambito militare, perché la stessa disciplina la tennero anche nelle cose di governo, determinando la struttura della famiglia quale nucleo della società: la potestà patria non era soggetta ad alcuna restrizione, ed era inoltre invariabile e indistruttibile giacché alla morte del padre la famiglia continuava col primo maschio discendente. Dunque nemmeno la morte poteva sciogliere i legami che costituivano il nocciolo della società, e lo stesso meccanismo si ripeteva in ambito amministrativo, tale per cui il re replicava la situazione familiare, e rappresentava il padre di tutti i romani, perché egli ha nel comune la stessa autorità che ha il padre di famiglia in casa sua. Ora, dal momento che la vera essenza del potere regio e poi di quello consolare stava nell’imperium, e cioè nel potere esecutivo, la solidità di questi rapporti fondava la stabilità delle truppe romane, nel senso che dava ad ogni milite il fondamento morale di ogni suo comportamento come in battaglia così quando a presidio in Roma. L’Urbe viveva un perenne stato di guerra, pertanto il reclutamento imponeva di arruolare anche gli abitanti della città, e così era probabile che si avessero uomini meno atti alla dura vita militare, tuttavia è vero che era dalle campagne che l’esercito traeva il vigore delle sue forze, poiché teme meno la morte chi ha conosciuto meno piaceri della vita3. La probatio («approvazione») era il primo passo del reclutamento, che era compiuto dalle autorità civili, e di seguito avveniva la collocazione nella unità di reparto; in genere erano arruolati giovani sin dall’inizio della pubertà (iuniores). Non si deve pensare che l’assunzione fosse indiscriminata, perché gli uomini che dovessero costituire la difesa di Roma erano scelti persino dal volto e dagli occhi e dal loro stesso portamento4; era convinzione diffusa che come negli animali, così per gli uomini, certe caratteristiche morali si riflettessero nel fisico. Veniva ricercato uno sguardo sveglio, una postura con capo eretto, spalle muscolose, braccia forti, dita lunghe, stomaco piccolo, glutei esili, ma con polpacci e piedi duri e non gonfi di carne. Contrariamente a quanto si ritiene oggi nell’immaginario collettivo, la statura per un antico romano non era una qualità degna di nota, anzi spesso consideravano utile e bello un uomo di bassa statura ma che presentasse le caratteristiche appena descritte. Gli eserciti romani non erano permanenti, come lo sono oggi che contano un certo numero di effettivi, le legioni venivano licenziate e assunte poi tutte le volte che servissero, ad eccezione della cavalleria, pertanto gli uomini scelti per il servizio militare erano tutti lavoratori e venivano preferiti tra i fabbri, carpentieri, macellai, cacciatori5, meno tra i cacciatori di uccelli o pasticcieri e tessitori; questo perché era ricercata non solo la forza fisica ma soprattutto una certa tempra morale, insomma un individuo che fosse abituato ad una vita non propriamente dura e rude bensì faticosa. Agli uomini era richiesto di marciare, a passo militare e con un carico sulle spalle di non meno di 20 kg, dai 30-35 km al giorno soprattutto in piena estate, in considerazione del fatto che le battaglie in inverno erano un problema per tutte le parti, sia in ragione del maltempo e poi perché di notte non si combatteva mai; il periodo estivo era il momento migliore per muover gli eserciti.
Un altro problema non di poco conto era l’addestramento al nuoto, perché, contrariamente a quanto si pensa di queste società antiche le quali sono per lo più marinare, la percentuale di coloro che erano abili al nuoto era scarsissima. I fiumi spesso, sprovvisti di ponteggi, dovevano essere guadati a nuoto, e questo era un grande problema specialmente quando si trattava di dover spostare anche dieci o quindicimila uomini, con bagagli (detti per l’appunto «impedimenta») e vettovaglie.
«Le reclute devono essere addestrate a colpire non di taglio ma di punta»6 tale caratteristica costituiva la nota distintiva della modalità di condurre la guerra da parte dei romani, e l’arma tipica in dotazione, il gladio, difatti era più simile ad un grande pugnale più che ad una spada come la potremmo immaginare; ve ne erano diversi modelli, da quello ispanico a quello di Magonza o pompeiano, ma la lunghezza andava sempre tra i 40 cm e 60 cm. Dunque un’arma che necessariamente richiedeva un contatto molto ravvicinato col nemico, e richiedeva un addestramento specifico, giacché appunto il gladio è un’arma di punta e non di taglio: « Infatti i colpi di taglio, raramente sono mortali, visto che gli organi vitali restano protetti dall’armatura e dalle ossa; invece, un colpo di punta che penetra per due pollici è mortale»7. Inoltre un colpo inferto di taglio, che non sempre danneggia gravemente, lascia scoperto il corpo all’attacco del nemico, prima che si possa ritornare in posizione di guardia.
L’addestramento del soldato prevedeva anche l’esercizio con le armi da lancio, dall’arco di legno e frecce, ai frombolieri che lanciavano proiettili di pietra o palle di piombo, dette mattiobarbuli8, in uso presso le milizie elleniche e che vennero meno in epoca medievale, molto probabilmente in ragione del fatto che le armature divennero molto più spesse e dunque il frombolo poteva tutt’al più causare un danno da percussione ma raramente sarebbe potuto essere mortale.
Infine l’addestramento prevedeva anche la capacità di sapere andare a cavallo, tuttavia quest’uso non era particolarmente curato perché per la cavalleria si sceglievano i più ricchi e i più ragguardevoli possidenti fra cittadini e non-cittadini9, e dunque era un reparto dell’esercito riservato ai pochi piuttosto che a tutti.

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1 Plutarco, Vite parallele, a cura di C. Arena, vol. I, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1970, pag. 103
2 Vegezio, L’arte della guerra romana, a cura di M. Formisano, Bur, Milano, 2016, pag. 69
3 Ivi, pag. 73

4 Ivi, pag. 77
5 Vegezio, L’arte della guerra romana, a cura di M. Formisano, Bur, Milano, 2016, pag. 79
6 Ivi, pag. 91
7 Ibidem.
8 Ivi, pag. 99

9 Cfr. Teodoro Mommsen, Storia di Roma antica, vol. I, a cura di E. Pais, Casa Editrice Nazionale, Roma, 1903, pag. 77.

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