Leggende in Sicilia: breve antologia. -vol. III-

Il pirata Serisso.

Nel Medioevo la città di Trapani era un vivace centro di commercio, fiorente nei mercati e maestosa nei mari. Proprio nei mari veleggiava la nave di un forte e rispettato corsaro, di nome Serisso. Questi attaccava le navi dei Mori e li catturava vendendoli come schiavi. Quando non era per mare, faceva ritorno a casa dalla sua bellissima moglie. Un giorno il corsaro fece sbarcare dei prigionieri: tra questi, ve ne era uno che sembrava umile e serio, che tenne per sé come servo. Con il tempo, il servo entrò nelle grazie della moglie che gli si concesse carnalmente. Fu così che il servo convinse la donna a scappare, per tornare con lui nel suo paese natale. Di notte i due svuotarono il forziere del corsaro, insieme a una bellissima ragazza turca, e partirono per l’Africa. Giunti a destinazione, il servo portò la moglie del corsaro nella sua casa, trattandola come schiava. Con loro c’era anche la giovane turca. Il corsaro, scoperto cosa era successo, decise di vendicarsi. Salpò alla volta dell’Africa, per andare a cercare la traditrice e il servo. Giunse fino a un fiume, dove trovò la giovane turca. L’avvicinò e le chiese di portarlo da sua moglie. La giovane tornò a casa e parlò con la donna, dicendole che il marito era venuto a salvarla. Lei disse alla giovane che era pentita di ciò che aveva fatto e che voleva tornare. La ragazza turca, quindi, portò il corsaro nella casa del Moro e, quando il Moro fu solo, guidò il corsaro nella sua stanza. Questi, con un coltello, lo sgozzò, poi insieme alla moglie svuotò il forziere. A questo punto uccise la moglie, le tagliò la testa e la mise in un sacco. L’oro venne dato alla turca, che venne portata Trapani dal corsaro. I due si sposarono e la testa della moglie venne messa in bella vista, vicino la loro casa, per dimostrare che l’onore del corsaro era salvo. Quando la testa si decompose, fu messa al suo posto una testa di marmo che, ancora oggi, si trova all’ingresso di via Serisso.

Monte Iudica: il salto della vecchia.

Il Monte Iudica è una maestosa altura di forma trapezoidale, che ricade nel territorio di Castel di Iudica, a circa 50 chilometri da Catania, interessante dal punto di vista storico, poiché fu un punto di incontro tra culture e civiltà (la zona fu esplorata dall’archeologo Paolo Orsi, Gli scavi misero in luce sulla parte sommitale, una porzione dell’antico abitato, costituito da ambienti addossati alla roccia e anche da una necropoli) Una zona della cima del monte Iudica è nota come U Sautu ‘a Vecchia. Si narra che, all’epoca della conquista normanna, una giovane di nome Emidia si fosse travestita da vecchia, per ingannare i Saraceni e riuscire ad addentrarsi nel castello. Effettivamente entrò nel castello, ma venne scoperta e gettata in un dirupo. Il suo sacrificio, tuttavia, permise ai normanni di conquistare il castello.

Il miracolo del vento.

Nel piccolo centro di Gratteri (Palermo) viene conservato un tesoro d’inestimabile valore religioso: quattro spine della corona di Cristo. Custodite in un prezioso reliquiario d’argento, finemente cesellato e sigillato. Pare che esse sin dal XIII siano state nel paesino siciliano oggetto di grande culto e devozione. Diversi studiosi sono concordi sulla loro autenticità e sull’origine: sarebbero state portate da Gerusalemme dal conte Ruggero I d’Altavilla, il quale, insieme al padre Tancredi, aveva preso parte alla prima crociata. Proprio ad esse è legata la leggenda del cosiddetto miracolo del vento, tramandata per circa cinque secoli, i riferimenti in essa riscontrati danno l’impressione che potremmo trovarci di fronte ad un fatto realmente accaduto. Intorno al 1400, un sabato notte, due ignoti forestieri si sarebbero introdotti furtivamente nella Matrice Vecchia, sottraendo la teca contenente le Spine. Commesso il furto sacrilego e dopo aver superato le balze dietro la chiesa, nel “Cozzo della Scala”, da dove stavano per imboccare la strada che conduce a Collesano, un impetuoso vento di scirocco li costrinse a buttarsi per terra, per evitare d’essere sbattuti contro i precipizi adiacenti. Avvinghiati l’uno all’altro, passarono la notte così, costretti alla totale immobilità a causa del vento. In quella posizione furono trovati la mattina seguente, di buon’ora, dai contadini che si recavano in campagna. I due malcapitati si meravigliarono, poiché i contadini sembrava non sentissero il vento infuriare, mentre essi ne sentivano tutta la sua forza. Avvicinandosi per sollevarli da terra, i contadini notarono che sotto la giacca di uno dei forestieri c’era qualcosa. Riconosciuta la preziosa teca, gliela tolsero per riportarla in chiesa. Come per incanto, per i due, il vento cessò immediatamente e il trambusto li agevolò nel fuggire.

Il fiume Papireto nato dal Nilo.

Il Papireto, chiamato anche torrente Danisinni, delimitava la prima Palermo punica: consentiva il riparo e l’approdo delle imbarcazioni in prossimità della Cattedrale, ma il porto corrispondente fu interrato nel 1591, su disposizione del vicerè Diego Enriquez Guzman, conte di Albadalista. A causa dell’utilizzo come fogna a cielo aperto, purtroppo le acque erano molto inquinate. Rendevano l’aria poco salubre ed è per questo che, nel periodo borbonico, sulle sue rive si costruivano soltanto povere abitazioni. Nello stesso periodo, inoltre, ebbero inizio le opere di interramento del corso d’acqua. Si narrava che la grotta da cui originava la sorgente di Danissinni fosse in realtà l’ingresso di un lungo passaggio sotterraneo che conduceva fino al Nilo. I due fiumi, dunque, sarebbero stati collegati. Ad alimentare la credenza, il fatto che anche sulle sponde del Papireto vi fossero tanti papiri.

Il fantasma del castello di Carini.

Nei dintorni di Palermo si trova il Castello di Carini, attorno al quale ruota la leggenda di Donna Laura. Si narra che la giovane, a soli 14 anni, fu costretta dal padre a sposarsi con il barone di Carini. Un matrimonio contro il volere della ragazza, che trascurata dal marito, si innamora di Ludovico Vernagallo, che subito diventò il suo amante. Non passo molto tempo e il barone scoprì il tradimento della moglie. Furioso uccise sia Laura che il giovane amante. Il fantasma della donna ancora si aggira tra le stanze del castello. Ma, è un altro l’elemento che rende questa leggenda siciliana ancor più suggestiva e, per alcuni aspetti, ancor più inquietante. Si narra che su di una pietra del castello è possibile ancora vedere l’impronta della mano insanguinata della giovane Laura, che però è possibile ammirare solo ad ogni anniversario della sua morte.

Le ossa del sacro gigante.

All’interno della Chiesa Madre di Petralia Soprana è custodito un particolarissimo reperto: le Ossa del Sacro Gigante. Si tratta di due costole e, come sarebbe ovvio intuire, non appartenevano ai giganti. La paleontologia, infatti, arrivò alla conclusione che si tratta di ossa di cetacei. Questo ossa, peraltro hanno tracce di taglio e alcuni fori circolari. Stando ai racconti della gente del posto, le due costole provengono dalle Madonie e sono state portate nella chiesa in tempi diversi, con modalità diverse. Andando a scavare nella storia, scopriamo che fino alla metà del Settecento si pensava che Petralia fosse abitata dai giganti. Nel 1557 il frate domenicano Tommaso Fazello, fece nel suo “De rebus Siculis decades duae” un elenco di località siciliane in cui erano state rinvenute ossa di giganti. Tra queste vi era Petralia. Nel Settecento, invece, lo storico Antonio Mongitore raccontò della presenza sulla nostra isola di una razza di uomini di proporzioni mostruose.

L’ira di una divinità.

La depressione naturale è in località Bufara, a Custonaci. Si narra che in una grotta alle pendici del Monte Cofano vivesse un eremita. Trascorreva le giornate a contatto con la natura e pregava. Di giorno esplorava i dintorni, in compagnia degli animali selvatici, e godeva dello splendido panorama e del tramonto. Un giorno, però, accadde qualcosa di inaspettato. Mentre pregava, una voce ruppe il silenzio. Era una misteriosa entità che, con tono minaccioso, gli spiegava che presto una stella avrebbe spazzato via il piccolo paese che sorgeva sulla collina. Di fronte a quel nefasto presagio, l’uomo non riuscì a darsi pace. L’entità era il dio della Terra e del Fuoco: gli avi degli abitanti del paese avevano provocato la sua ira occupando le grotte. L’eremita supplicò il Dio di risparmiare gli abitanti del paese, poiché non avevano colpa e, di fatto, non avevano commesso alcun crimine. Piangendo, promise al Dio che avrebbe raccontato a quella gente del pericolo, spiegando loro di rispettare sempre la natura. Disse anche che avrebbe digiunato per 40 giorni e 40 notti, pregando la Madre Terra. Di fronte a quelle parole, l’entità scomparve indispettita. Il vecchio uomo cominciò a osservare il digiuno. Dopo quaranta giorno il Dio ricomparve. Il digiuno e le preghiere avevano fatto breccia nel cuore della Madre Terra: avrebbe risparmiato il paese, ma avrebbe fatto cadere una stella talmente vicina da far credere a tutti di essere stati colpiti. Sarebbe stato un segnale della sua potenza. Quando il cielo si sarebbe infiammato di rosso, sarebbe giunto il momento, ma l’eremita non doveva voltarsi per alcun motivo. Il mattino seguente notò una luce intensa e capì che stava per accadere ciò che era stato preannunciato. Gli abitanti erano terrorizzati e si rifugiarono nelle case. Seguì un boato che ammutolì anche il mare. Il vecchio uomo salì sulla vetta del Monte Cofano per capire cosa fosse successo. La stella, ancora fumante, aveva davvero risparmiato il paese: era caduto appena fuori, creando un grosso cratere. L’eremita, guardando, aveva disubbidito al Dio della Terra e del Fuoco, quindi fu investito dal bagliore e trasformato in una statua di pietra. Ancora oggi si può vedere l’Omu di Cofanu pietrificato, tra i costoni. La Bufara è l’enorme cratere generato dall’impatto della stella.

La città sommersa di Risa.

Secondo alcune antiche leggende, tra le lagune perdute della contrada Margi sorgevano un tempo il Tempio di un Dio malevolo e un paese sommerso: la città di Risa (Capo Peloro, Messina). Il nome deriva da quello della principessa che la governava. Era circondata da mura bianche in pietra ed il centro era molto fertile e crocevia di scambi commerciali e culturali tra le popolazioni indigene della Sicilia preellenica. Un forte sisma la distrusse e la fece sprofondare, creando una depressione, che venne poi riempita dalle acque piovane, formando l’attuale Pantano piccolo. I resti della città si troverebbero a circa 30 metri di profondità. In particolari condizioni metereologiche, con acque limpide e stagnanti, sono perfettamente visibili. Molti di essi sono anfore bizantine e resti di un’antica imbarcazione. In alcune notti, inoltre, sarebbe possibile sentire i rintocchi della campana della chiesa di Risa, che avvertirebbe i pescatori dell’arrivo di una forte burrasca.

…continua

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