Leggende in Sicilia: breve antologia. -vol. II-

di P.R. Arcadia80

Volume II

Xiphonia, la misteriosa città catanese scomparsa.

Xiphonia sarebbe stata situata nel territorio compreso fra Aci Catena, Aci Sant’Antonio, Acireale ed Aci Castello. Secondo lo storico Diodoro Siculo, Xiphonia fu fondata dai Greci nel VII secolo a.C.. È certo che, nell’antichità, i poli più importanti dell’area fossero due: uno presso l’odierna Capomulini (l’acroterion) ed un altro fra le contrade di S. Venera al Pozzo e della Reitana. Nel 475 a.C. la zona fu ripopolata da ben diecimila siracusani e ciò comportò tensioni ed attriti con i precedenti abitanti. Un cruento scontro sotto Ducezio costrinse i coloni alla fuga. Conquistata dai romani, probabilmente intorno al II secolo a.C., la città fu chiamata Akis e citata da Teocrito ed Eschilo. Ovidio e Silio Italico la citarono come “Acis”, mentre Claudiano “Acin”. Durante la seconda guerra punica, Akis assunse un ruolo rilevante per importanza politica ed economica. Lo stesso Silio Italico nel «De Bello Punico» narra di una città presso il fiume Aci alleata dei Romani. Erano famose le sue terme, alimentate da acque sulfuree provenienti dal vulcano Etna. Di sicuro la rocca sulla quale si erge il castello di Aci fu frequentata durante il periodo della colonizzazione greca e poi della dominazione romana per la sua posizione strategica. La collocazione di Xiphonia nei pressi di Acireale non è certa, ma presunta. Secondo altri Xiphonia ed il porto Xiphonio sarebbero sorte vicino ad Augusta (Siracusa). Nella cittadina del siracusano esistono il capo Xiphonio ed addirittura una via Xifonia. Aki e ki sono suffissi sumerici indicativi di luogo, per cui Aci, di solito accompagnato da una indicazione caratterizzante, potrebbe essere una traccia di insediamenti di genti di provenienza dal Mediterraneo orientale, che hanno abitato le regioni ioniche dell’Italia durante l’età del bronzo o anche prima. Le colline intorno a Messina, infatti, hanno restituito statuette risalenti al Calcolitico di stile cicladico. Alcuni toponimi conservano “aci” come suffisso. Uno di questi, Curcuraci nei pressi di Messina, è facilmente leggibile: kur (altura), kur-kur (le alture), aki (luogo di).

Il banco di Disisa.

Un’antica leggenda araba narra che in una grotta presso il Feudo di Disisa, nei pressi di Grisì, frazione del territorio di Monreale, siano custodite immense ricchezze che formano “Lu Bancu di Disisa”. Dentro di essa alcuni spiriti dalle sembianze umane giocano a bocce , a dadi o a carte, seduti su montagne di monete di purissimo oro o su gioielli tempestati di pietre prezioso. Il tesoro, pur non essendo custodito da nessuno, non è trasportabile all’esterno; infatti, si racconta che nessuno sia mai riuscito nell’impresa e, anzi che, chi avesse tentato di farlo, prendendo alcune monete d’oro, non fosse più riuscito a salire. Per vincere questo “Banco di Disisa” si dovrebbero trovare e uccidere tre uomini di nome “Santi Turrisi” provenienti da tre angoli diversi del regno e una giumenta bianca, anch’essa da sacrificare e mangiare dentro la grotta. Una leggenda truculenta e sanguinaria che nasce, probabilmente, per addebitare all’immaginifico il male che può albergare nell’uomo.

La “Biddrina”, gigantesco serpente.

Si narra che nelle zone umide delle campagne in provincia di Caltanissetta viva la biddrina. A quanto pare, il termine biddrina deriverebbe dall’arabo e indicherebbe un grosso serpente d’acqua. Stando ad altre fonti, invece, potrebbe originare da “belluino”, cioè “bestiale”. Questo rettile avrebbe un colore tra il verde e il blu, occhi rossi e una bocca talmente grande da consentirgli di ingoiare capretti, agnelli e perfino bambini! Spesso viene descritta come una grandissima biscia, come un’idra o, addirittura, come un incrocio tra un drago e un coccodrillo. È dotata di una corazza robusta, fatta di squame luminose, che la rende praticamente indistruttibile. Leggenda vuole che una biscia che rimane nascosta per sette anni si tramuti in biddrina, diventando gigantesca. Si tratta di una serpe ammaliatrice, che vive nascosta presso fonti e paludi e riesce ad attirare i malcapitati che passano, con il suo sguardo. L’habitat della biddrina sarebbe a Montedoro, in provincia di Caltanissetta, in un luogo paludoso, alimentato dalle acque sulfuree della vicina miniera di zolfo. Nei pressi di Riesi sarebbe stata avvistata in alcune grotte e nell’immaginario collettivo vive nei paesi del circondario, come Sommatino, Canicattì, Campobello e Marianopoli. A Butera, alla vigilia della festa di San Rocco, si usa portare in giro per le strade “u sirpintazzu”, uno spauracchio in cartapesta simile al drago della tradizione cinese, proprio per ricordare l’uccisione di una biddrina che infestava una contrada, uccidendo bestiame e selvaggina e impedendo ai contadini di coltivare le terre. Non è raro, per questa provincia, rintracciare fontane (anche in contrade) con sculture dedicate alla biddrina.

La leggenda di don Arcaloro.

Don Arcaloro (il barone Arcaloro Scammacca Perna della Bruca e Crisciunà, personaggio storico realmente esistito nel XVII sec.) se ne stava nel suo palazzo a Catania quando, il 10 gennaio 1693, sarebbe stato destato dagli schiamazzi di una donna anziana che egli ben conosceva per averla più volte vista in casa di alcuni nobili catanesi e che era tacciata di stregoneria. Questa chiedeva a gran voce di poter parlare con il barone in quanto aveva qualcosa di importante da comunicargli. Don Arcaloro, incuriosito, chiese ai suoi servi di far entrare la donna e questa, quando fu al suo cospetto, gli disse con aria tragica: “Domani al Vespro, Catania ballerà senza musica“. Alla richiesta di spiegare la sua criptica frase, la donna disse di aver sognato Sant’Agata nell’atto di intercedere presso Dio chiedendo di risparmiare la città di Catania dal terremoto che l’avrebbe colpita da lì a poche ore, ma che il Signore non aveva accolto la sua supplica. Colpito dalla notizia, che ritenne verosimile, il barone fece dare una ricompensa alla donna e si rifugiò in un suo palazzo di campagna vegliando per l’intera notte in attesa dell’evento annunziato. Il sisma in questione fu il terremoto su Val di Noto che distrusse Catania e buona parte della Sicilia Orientale.

Monte Navone.

Fra i paesi di Piazza Armerina e Barrafranca, si erge per ben 754 metri d’altezza Monte Navone. Monte dalla forma piramidale, secondo alcune tracce archeologiche, è considerato luogo anticamente antropizzato. La sua storia si perde nel tempo antico. La sua sommità, in particolar modo, è ricco di tracce di insediamenti di diverse epoca, tra cui quella greca. Figlio di una natura selvaggia ed incontaminata, Monte Navone fu ed è un vera e propria fonte di ispirazione per le leggende e le storie popolari più ancestrali e occulte. La sua nebbia che silenziosa scende dalla sua sommità durante i giorni d’inverno sembra portare con se tutto il peso dei secoli antichi, avvolgendo di misero le sue pendici verdeggianti. Basti pensare che proprio in cima si narra di un misteriosissimo tesoro, detto “dei sette re“, custodito da spiriti. Ma la leggenda più famosa e comune è quella che narra di una fiera fantasma che ogni anno prenderebbe vita dal nulla. A Piazza Armerina e a Barrafranca si racconta che quando la Madonna Annunziata si celebra di lunedì a Monte Navone “si fa festa” e proprio dalla grotta del tesoro dei sette re si odono strida e lamenti. Altre varianti vogliono la fiera ricrearsi quando Natale (a Raddusa) cade di lunedì oppure quando, durante quest’ultimo, si festeggia Sant’Agata (a Piazza Armerina). Per quel che concerne la prima variante, si narra che quando il Natale cadeva, per l’appunto, di lunedì gli antichi facevano festa sul Monte Navone con una fiera. In quel grande mercato v’erano beni di ogni tipo, animali di ogni specie e tanta gente. Un uomo vedendo tutto ciò si meravigliò e disse che sarebbe stato stupendo se quelle persone e quelle persone fossero diventate oro. Mentre affermava questo, i cieli si aprirono e tutti furono tramutati in oro. La montagna si chiuse. Da quel momento se qualcuno si trovasse ad andare a Monte Navone durante un Natale festeggiato di lunedì e senza sapere la storia e toccasse la montagna, la maledizione si spezzerebbe rendendo nuovamente ogni uomo ed ogni bestia nuovamente com’era, vivo e vegeto. Simile ma diversa è la seconda variante. In tale leggenda è la festa di Sant’Agata ad essere presa in considerazione. Infatti se un visitatore, senza sapere che in quel lunedì si festeggia la santa, si trovasse ad andare a Monte Navone, si ritroverebbe circondato da una fiera in festa. Da questa può comprare ogni cosa, tutto quel che vuole e, dopo mezzanotte, una volta a casa, tutto si trasformerebbe in oro puro. Sembrerebbe tutto rose e fiori ma c’è una nota dolente. Il visitatore dopo aver visitato la fiera può certamente tornarsene a casa ma durante il tragitto più di una voce chiamerebbe il suo nome nel buio e nel silenzio. Lui ha l’obbligo di non voltarsi mai e per nessuna ragione. Solo in casa queste voci svanirebbero. Qualora si voltasse, tutto quello che è riuscito a prendere alla fiera si trasformerebbe in nulla e gli spiriti lo picchierebbero brutalmente. Questo, secondo alcuni racconti, potrebbe anche portare alla morte dopo qualche giorno avanti la visita alla fiera di Monte Navone.

Suora fantasma al Teatro Massimo.

La storia del Teatro Massimo di Palermo è avvolta da un alone di mistero. Per realizzare questo imponente edificio lirico, fu necessario abbattere quattro chiese, due monasteri e una delle porte storiche della città. Durante quest’opera di demolizione, pare che la tomba di una suora sia stata profanata, mettendo bruscamente fine al suo eterno riposo. Si pensa fosse la prima Madre Superiora del convento, detta la monachella. L’ira della suora si sarebbe dunque scagliata sul teatro, i cui lavori di costruzione si sarebbero protratti per 23 anni e che sarebbe rimasto chiuso per altri 23 per restauri. Per placare l’ira della suora, venne realizzata un’iscrizione sul frontale del teatro: Vano delle scene è il delitto. Si dice che chi non crede alla leggenda inciampi su un particolare gradino del teatro, detto appunto il gradino della suora. C’è anche chi afferma di averne scorto l’ombra sul palcoscenico, dietro le quinte e nei sotterranei. Sebbene il teatro abbia raggiunto negli anni grande splendore, tanto da divenire l’edificio lirico più importante d’Italia, pare che la notte, al calare del sipario e allo spegnersi delle luci, il fantasma della suora continui a vagare irrequieto al suo interno.

Il castello di Caccamo.

Il castello di Caccamo è avvolto da un’antica leggenda, che affonda le sue radici in una vicenda storica.  Nel 1160 dei baroni siciliani, capitanati da Matteo Bonello, tesero un agguato mortale a Maione da Bari, primo ministro del re Guglielmo I. In seguito, i baroni si rifugiarono nel castello di Caccamo, fortificato negli anni proprio dallo stesso Bonello. Durante la rivolta, l’esercito del re si ribellò e una volta recatosi nel castello imprigionò e uccise Bonello nella sua cella. Si dice che la notte, Bonello vaghi nel castello, sfigurato, galoppando sul suo cavallo e che continui a maledire, furioso, coloro che in vita lo tradirono e ne provocarono la morte.

La leggenda del gorgo nero.

La leggenda racconta che fuori le mura della città, di Piazza Armerina (Enna) nel piano attualmente compreso tra la Chiesa dei Teatini e la Torre del Patrisanto, esisteva uno stagno gorgogliante di acque sulfuree. Questo stagno veniva utilizzato per dirimere le liti o per stabilire una verità. Nel primo caso i due litiganti, per dimostrare la loro ragione, gettavano nello stagno ognuno una tavoletta di legno. Se la tavoletta affondava, quello che l’ aveva gettata aveva torto; al contrario, se galleggiava, aveva ragione. Nell’altro caso le donne che credevano di aspettare un bambino, si avvicinavano allo stagno e inspiravano profondamente. Se venivano colpite da malore o stordimento erano certamente gravide; in caso contrario, no. Praticamente veniva utilizzato come test di gravidanza. Alle acque venivano quindi attribuiti il potere di scoprire gli spergiuri e quello di fornire responsi. Nella Chiesa dei Teatini esiste un’antica tela raffigurante la Madonna del Gorgo Nero.

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