Leggende in Sicilia: breve antologia sull’antropologia culturale. -vol. I-

di P.R. Arcadia80

-Volume I-

Secondo una definizione “abbondantemente” accettata, la leggenda: ha un fondamento storico. E’ il racconto di un evento alla cui base c’è un fatto storico realmente accaduto. Nel racconto orale la storia si è arricchita di particolari fantastici che la trasformano in leggenda.

La Sicilia è crocevia di miti, leggende e tradizioni sacre e profane millenarie dalle radici che affondano nelle tradizioni remote dei Fenici o dei Greci, dei Romani, dei Bizantini, degli Arabi, dei Normanni… oltre che nelle più antiche credenze popolari. Ad aumentarne l’importanza e l’imponenza, oltre appunto a questa storia millenaria, vi è il fatto di essere la patria di filosofi, santi, artisti, scienziati e poeti. E a tutto questo si unisce la maestosità delle sue caratteristiche ambientali, la bellezza del suo mare e delle sue montagne o lo splendore dei suoi monumenti.

Qui non tratteremo le leggende più “classiche” come ad esempio Aretusa o Aci e Galatea o Proserpina ma analizzeremo le leggende meno “famose”, quelle tramandate dagli anziani, quelle che tutt’ora puoi “vedere” camminare in un assolato giorno di Luglio o in un uggioso giorno di Novembre. Questa antologia sarà pubblicata in volumi e proverà a trattare brevemente la leggenda di una data città, un dato paese, una contrada o una montagna perchè in Sicilia, la leggenda è ovunque.


La leggenda del cavallo senza testa.

Nasce nella Catania del 700. Leggenda ambientata nella Via Crociferi ed in passato residenza di nobili che vi tenevano i loro notturni incontri o intrighi amorosi che dovevano esser tenuti nascosti. Quindi, essi fecero circolare la voce che di notte vagasse un cavallo senza testa, voce che intimorì la cittadinanza ed impediva alle persone di uscire di casa una volta calate le tenebre. Soltanto un giovane scommise con i suoi amici che ci sarebbe andato nel cuore della notte, e, per provarlo, avrebbe piantato un grosso chiodo sotto l’Arco delle Monache Benedettine. Gli amici accettarono la scommessa ed il giovane si recò a mezzanotte sotto l’arco delle monache, e vi piantò il chiodo ma non si accorse di avere attaccato al muro anche un lembo del suo mantello, quindi, quando volle scendere dalla scala, fu impedito nei movimenti e, credendo d’esser stato afferrato dal cavallo senza testa, morì. Pur vincendo la scommessa, la leggenda fu confermata.

La pantofola della regina Elisabetta I.

Maletto è in provincia di Catania. Quando nel 1603 i diavoli gettarono la regina dentro il cratere dell’Etna sulla rupe “Rocca Calanna” cadde una pantofola della regina Elisabetta. Molto tempo dopo, un pastorello ritrova tale pantofola, la volle toccare, ma si bruciò. Fu chiamato un frate esorcista e la pantofola volò su una torre del castello di Maniace, presso Bronte. Nel 1799 tale castello fu donato dai Borbone all’ammiraglio inglese Orazio Nelson,
durante una festa da ballo a Palermo. In quell’occasione una dama misteriosa, si dice il fantasma della regina Elisabetta, donò a Nelson un cofanetto contenente la fatidica pantofola; e gli raccomandò di non farla mai vedere a nessuno. Ma l’amante dell’ammiraglio, Emma Hamilton, riesce a trafugarla. La stessa notte l’ammiraglio vede in sogno la misteriosa dama che gli ricorda che ha perso tutta la sua fortuna. Pochi giorni dopo Nelson morì nella battaglia di Trafalgar, esattamente il 21 ottobre 1805.

L’elefante di Catania.

Simbolo di Catania dal 1239 è legato ad un’antica leggenda legata alla sua origine. Questa leggenda narra che quando Catania fu abitata per la prima volta, tutti gli animali feroci furono allontanati da un elefante al quale i catanesi, per ringraziamento, eressero una statua, da loro chiamata “liotru”, correzione dialettale del nome Elidoro, un dotto catanese dell’VIII secolo bruciato vivo nel 778 dal vescovo di Catania San Leone II il Taumaturgo, perché, non essendo designato vescovo della città, disturbava le funzioni sacre con magie, tra cui quella di far camminare l’elefante di pietra. Diverse ipotesi sono state fatte per spiegare l’origine e il significato di tale statua, oggi visibile in Piazza Duomo. Di queste ipotesi, due sono meritevoli di menzione:
1) quella dello storico Pietro Carrera da Militello che lo spiegò come simbolo di una vittoria militare dei catanesi sui libici;
2) quella del geografo arabo Idrisi nel XII secolo secondo la quale l’elefante è una statua magica costruito in epoca bizantina per allontanare da Catania le offese dell’Etna.

Il fiume di latte.

A Catenanuova in provincia di Enna, ed esattamente in contrada Cuba, esiste un’antica masseria che in passato fungeva anche da albergo e da stazione di posta. Una lapide sotto il balcone ricorda che in quella stazione pernottarono un re e una regina nel 1714 ed il poeta tedesco Wolfgang Goethe con l’amico e pittore Crisoforo Kneip. La coppia regale vi pernottò nel 1714 a causa del marchingegno del cavaliere Ansaldi da Centùripe, il proprietario della masseria-albergo, che voleva ossequiare personalmente il re Vittorio Amedeo II di Savoia, re di Sicilia dal 1713, che con la regina Anna d’Orlèanns si stava recando a Messina per tornare in Piemonte. Quando il corteo reale stava per giungere alla sua masseria, il cavaliere ordinò ai suoi dipendenti l’ordine di versare nel torrente vicino tutto il latte che avevano munto quel giorno. Quando il re fu avvisato dalle sue guardie, incredulo, volle assaggiare e riconobbe che i suoi uomini avevano ragione. Il cavaliere Ansaldi si rivelò ed ammise tutta la storia ed il suo desiderio. L’invito fu gradito al re che alla partenza nominò Ansaldi Capitano onorario delle Guardie reali.

La leggenda dei fratelli pii.

Racconta la leggenda che un tempo lontano vivevano alle falde dell’Etna due fratelli, Anapias e Anphinomos, con i loro genitori. Una notte si scatenò una violenta eruzione (storicamente identificata con quella del 693 a.C.). L’unica possibilità di salvezza era quella di fuggire rapidamente, correndo più veloci della lava. Ma i due fratelli non vollero abbandonare i vecchi genitori infermi, così se li caricarono sulle spalle e iniziarono a correre rallentati dal loro peso. La lava stava ormai per raggiungerli, quando accadde il miracolo. La lava rallentò e poi si aprì un varco intorno a loro, lasciandogli libera la strada. Quando i ragazzi erano ormai in salvo con i genitori, la lava si richiuse alle loro spalle e riprese a scorrere naturalmente. L’eroico esempio dei due giovani fu celebrato a lungo in Sicilia. In loro onore furono eretti templi, scolpite statue e vennero ricordati nella monetazione antica di Catania. Il mito dei fratelli pii fu causa di discordia con Siracusa che ne contestò i natali. Il nome di Anapias ricorda, infatti, il fiume Anapo che attraversa Siracusa, prova, a dir loro, dei natali siracusani dei due fratelli.

La leggenda della messa interrotta.

Riguarda la distruzione di Gulfi (Ragusa) nel 1299. In base a tale leggenda, dei soldati francesi penetrarono nella Chiesa dell’Annunziata uccidendo i fedeli ed il sacerdote interrompendo la messa durante l’elevazione del calice per poi andare a godere dei frutti del loro saccheggio. Allo scoccare della mezzanotte si sentì suonare messa nella stessa Chiesa ed appare il prete col calice in mano seguito da tutti i fedeli. Come trascinati da una forza misteriosa, tutti i soldati francesi entrarono in Chiesa insieme ai fedeli uccisi, la messa ricominciò dal punto in cui era stata interrotta; alla fine un turbine scosse la Chiesa e fece aprire una voragine nel pavimento dove precipitarono tutti i soldati francesi, voragine che poi si richiuse su di loro.

I cirnechi di Adrano.

Un tempio famoso, vicino Paternò, è quello dedicato al dio Adrano. I cani che facevano da guardia al tempio erano mille cirnechi dell’Etna. Si racconta che i cirnechi fossero dei cani intelligentissimi tanto che accoglievano festanti tutti i visitatori del tempio, aiutando le persone con problemi di deambulazione o accompagnando a casa gli ubriachi, ma sbranavano coloro che andavano al tempio per rubare, i bugiardi o chi aveva cattive intenzioni (da qui, sarebbe mutuata nata l’espressione siciliana “chi ti pozzanu manciari li cani“, come forma di imprecazione contro qualcuno che fa una cosa malvagia).

Il viaggio dei morti a Piazza Armerina.

Questo piccolo pellegrinaggio, secondo la consuetudine antica, se non si fa da vivi si farà da morti, per cui è preferibile adempiere questa devozione in questa vita. Infatti da morti si dovrà passare attraverso le spine (tante tribolazioni). Si parte dalla chiesetta di S. Giacomo (Bellia) a mezzanotte in punto facendosi il segno della croce e portando in mano una canna tagliata a sette nodi. Il viaggio si farà nel massimo silenzio e senza interruzione (come fantasmi), pena la decadenza del voto, e pregando. L’organizzazione del viaggio si farà prima in quanto, messisi in fila, non ci si dovrà voltare indietro, nè di lato, ma con lo sguardo fisso in avanti in atteggiamento devoto. In pratica si dovrà simulare la morte vivente. Si arriverà alla cappelletta di S. Croce e quindi si farà il viaggio di ritorno a S. Giacomo sul cui tetto si getterà la canna. Il viaggio (ormai questa pratica è pressoché scomparsa) era fatto quasi esclusivamente da donne e solo da rari uomini per lo più in veste di accompagnatori a causa dell’ora. Durante una notte di viaggio (di circa 30 anni fa), una donna pellegrina avrebbe sognato S. Giacomo, un uomo alto, robusto e con la barba fluente, che le disse: “Avete fatto un buono e giusto viaggio, però non vi siete confessati e comunicati“. Quindi sparì. La donna disse tutto alle proprie amiche e al prete (Padre Giangrande) il quale, non giudicando il “viaggio” come cosa cattiva, fu disposto, da allora in poi, a confessare e comunicare i pellegrini. Si racconta che un uomo in processione vide passare due donne in silenzio e in una di queste riconobbe la propria madre morta che evidentemente stava facendo il pellegrinaggio.

Sabucina è piena d’oro!

Leggenda vuole che un pastorello cercasse la sua pecora smarrita vicino all’attuale Parco archeologico di Sabucina, sul monte omonimo, a pochi chilometri dalla città. Arrivata la sera, non avendola ancora ritrovata, si rintanò in una grotta per dormire, ma un gran chiasso lo spinse fuori dalla caverna. Sbigottito, si ritrovò nel mezzo di una fiera dove si vendeva di tutto, la stessa fiera che oggi si svolge ogni anno a mezzanotte in punto e che la gente chiama “la fiera fatata”. Con i pochi soldi che aveva comprò delle arance, trovò poi la sua pecora e se ne tornò a casa. Raccontò ogni cosa al padre, che incuriosito volle vedere quelle arance; le sbucciò e con grande sorpresa scoprì che erano tutte d’oro. A quel punto, il ragazzo tornò alla grotta aspettando il richiamo del trambusto della fiera, ma non accadde nulla. Amareggiato uscì fuori, ma una torma di cornacchie levatasi in volo dal monte Capodarso lo assalì per la sua avidità.

La fontana di San Diego a Canicattì.

La fontana di S. Diego
Dalla Spagna portavano a Caltanissetta una statua di San Diego d’Alcalà su di un carro tirato da buoi. Giungendo alle porte di Naro, gli uomini si fermarono un poco, vinti dalla stanchezza e dal caldo e alla ricerca ansiosa di acqua per dissetarsi. La zona sembrava veramente arida ma la statua di San Diego cominciò a zampillare dai piedi un “fiore” d’acqua limpida e fresca. Quindi fu ripreso il cammino verso Caltanissetta; ma giunti che furono a Canicattì, dinanzi la chiesa di San Sebastiano, il quale è il patrono del paese, i buoi non vollero più procedere e non ci fu forza umana che valesse a smuoverli. Il santo voleva essere eletto protettore di Canicattì e così fu fatto.

Il re Miramolino e la principessa Nevara.

Quando gli arabi conquistarono la Sicilia, i siciliani erano poco inclini ad osannare i nuovi conquistatori. L’ostilità tra le due fazioni, i conquistati e i conquistatori, era tale che il re arabo Miramolino doveva trovare una soluzione. La principessa Nevara, che non mancava mai di consigliare il padre, gli disse di non usare la forza, in quanto si prendono più api con un ramoscello fiorito che con una grossa botte di aceto. La buona principessa non amava la violenza, ed in più s’era innamorata di un nobile siciliano e quindi si operava per avvicinare gli uni agli altri superando ogni asperità con la saggezza. Miramolino permise ai siciliani di continuare a lavorare la terra e di commerciare per mare e per terra. Tuttavia, per sottolineare chi aveva il potere, ordinò che non portassero armi, né montassero cavalli, né che suonassero le campane delle loro chiese. Le armi fu facile farle sparire nascondendole per ogni evenienza. Sul divieto di cavalcare, essi si dissero: «Né noi, né loro». Avvelenando gli abbeveratoi, in breve tempo fecero morire tutti i cavalli dell’isola. Gli arabi, che non mancavano di certo di cavalli, allestirono navi dal nordafrica cariche di nuove cavalcature. Si narra che il destino, con grandi tempeste, fece affondare tutte le navi, tranne una: piena di asini di Pantelleria. Facendo buon viso a cattivo gioco, gli arabi camminavano a dorso degli asini. La situazione era talmente ridicola che i siciliani, vedendo gli sceicchi cavalcare asini (dal latino asini) li chiamarono in dialetto da allora scecchi. Il re andò su tutte le furie per l’oltraggio che si consumava, ideò di far inchinare gli abitanti al passaggio degli asini, cavalcati o no che fossero. La principessa Nevara fece notare a Re Miramolino che l’ordinanza avrebbe portato su di se il ridicolo e non il rispetto della propria dignità. Re Miramolino seguì il consiglio della figlia, anzi, andò oltre. Non solo non fece la nuova ordinanza, ma revocò anche quella precedente. I siciliani poterono così portare armi, montare cavalli, e suonare le campane delle loro chiese. La nuova convivenza aumentò il rispetto reciproco: vicino a chiese cristiane sorsero moschee, ognuno pregava il suo Dio, lavorava in pace e in pace producevano e commerciavano. Iniziò un periodo di pace e tutti vivevano contenti uno accanto all’altro.

…continua.

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