Breve sunto sulle fornaci di Aci Castello

di Monteneri Graziano

Parlare delle fornaci presenti nelle valli dell’Aci, in particolare quella di Aci Castello, significa acquisire la consapevolezza che gli antichi romani hanno dato struttura a molte delle attività produttive tuttora esistenti, riuscendo a costruire un complesso organizzato di attività e tecniche vicine al modello industriale. I livelli di organizzazione e le capacità di vendita e produzione della industria antica non sono certo paragonabili a quelli dell’età moderna, specie se pensiamo ai progressi compiuti con la rivoluzione industriale. Nella Roma imperiale ancora manca una produzione di massa e quando parliamo di industria nella antichità si deve intendere l’attività organizzata per la produzione e la vendita di prodotti manufatti1: oggetti di uso comune, armi, strumenti per la guerra o per la cura del corpo, utensili in uso nelle navi mercantili e militari. Non dobbiamo immaginare la Roma imperiale così come ci appare nelle pellicole cinematografiche, o nelle varie produzioni artistiche odierne; sino all’epoca di Silla, circa nel I secolo a.C., la città versava in condizioni pessime: dopo l’incursione dei Galli era stata ricostruita senza un piano prestabilito, i quartieri erano irregolari, le strade strette e tortuose; le case alte, addossate per lo più le une sulle altre2. Alla corte di Filippo di Macedonia, negli anni dello stesso secolo, la capitale della romanità era schernita dai più proprio per il suo aspetto misero e simile ad un sobborgo, ed è molto probabile che tale condizione urbanistica fu la causa dei continui incendi cui era soggetta la città. Questa situazione comincia a cambiare solo all’inizio dell’età imperiale, sebbene già all’epoca finale della Repubblica la politica sillana e cesarea avesse dato impulso ad un piano urbanistico; ma è nel I secolo d.C. che l’architettura e la costruzione presero a svilupparsi. Per riuscire a “ricostruire” la città era necessario fare affidamento alle industrie edili, e dunque a concentrare l’attenzione sulle tecniche e i materiali da costruzione; le fornaci di epoca imperiale cominciarono a lavorare a ritmi serrati, diffondendo in ogni angolo dell’impero una gran quantità di prodotti manufatti, e così anche in Sicilia vi fu uno sviluppo delle fornaci. In particolare il progresso “industriale” si ebbe col principato Marco Ottaviano, durante il quale si erano poste le basi per un lungo periodo di pace (Pax Augusta), condizione questa fondamentale per lo sviluppo del commercio e della produzione. Molte delle tecniche romane erano di derivazione etrusca, specie per quanto riguarda i metalli, come il ferro; se non erano riusciti a produrre l’acciaio – il quale si ottiene con la fusione del ferro – furono in grado di produrre una gran varietà di materiali: peltro, ottone, leghe di carbonio, bronzo. Vale lo stesso per l’industria ceramica che vide una grande espansione non solo in termini numerici ma anche per le competenze; in archeologia col termine opus (opera) si intende riferirsi a questi diversi tipi di opera muraria. Già gli scrittori latini elencano un gran numero di specificazioni, l’opus alexandrinum, mosaico pavimentale realizzato con tessere, l’opus arentinum, un intonaco ottenuto con la sabbia, l’opus barbaricum, l’opus caementicium, l’opus craticium, l’opus figlinum, l’opus mixtum, l’opus musivum, l’opus quadratum, l’opus incertum, e diversi altri sino ad arrivare all’opus latericium il più noto nell’immaginario collettivo di oggi che designa una muratura realizzata con mattoni crudi o cotti solo in parte.
Le officine sorgevano in ben specifiche zone boschive, la legna infatti era essenziale al processo di cottura dell’argilla, e con una disponibilità di acqua, elemento necessario alla lavorazione perché l’argilla diventa malleabile con l’acqua e dunque permette di essere lavorata anche con le mani. Il centro delle industrie ceramiche era costituito dalla città di Arezzo e, dal I secolo a.C., riuscì a imporre la ceramica a vernice rossa, detta terra sigillata3. Con questo termine si intende quel tipo di lavorazione dell’argilla destinata per lo più ad essere utilizzata per il servizio da tavola, ed è per questo che tra gli oggetti prodotti troviamo in genere vasellame, stoviglie, crateri, piatti, anfore (per acqua, olio, vino). La caratteristica più evidente di tali prodotti è la colorazione rossa o rossastra, che ha preso il posto della ceramica a colorazione nera, la quale non fu più richiesta già a partire dal I secolo a.C. (Fig. C). Questo particolare tipo di produzione era abbastanza semplice, nello stile decorativo e nella tecnica: le forme sono quasi sempre regolari lisce, e le decorazioni ricorrono spesso a figure in rilievo, o incisioni, che non venivano colorate e dunque si preferiva la scelta monocromatica.
Come si nota nella immagine (Fig. A) il bassorilievo sul piatto non presenta colorazione, la prospettiva non è studiata ma si limita ad una mera intuizione dello spazio geometrico. Le scene che venivano rappresentate erano di tipo pastorale, relative alla vendemmia o alle stagioni in generale, ma potevano essere raffigurate anche scene erotiche e mitologiche. Si può notare lo stile di produzione molto simile nei manufatti delle fornaci della valle dell’Aci (Fig. B) conservate nel museo di Santa Venera al Pozzo. Ricorrono la monocromatica, i semplici bassorilievi, anche se applicate per crateri e vasellame per uso vario, e l’impiego di argilla rossa. Le fornaci presenti nella regione considerata erano tre e riuscivano a produrre un discreto numero di manufatti, si tratta di prodotti molto richiesti la cui domanda aveva determinato l’installazione di numerose industrie di questo tipo in tutta Italia; basti pensare ai ritrovamenti di molti oggetti simili con migliaia di firme diverse di ditte specializzate.
Nel complesso considerato sono presenti delle vasche per contenere l’argilla, e piani di lavorazione per il vasellame e i laterizi (Il laterizio indicava quei materiali che i romani utilizzavano per la produzione di mattoni in edilizia). L’acqua era invece garantita da un pozzo, posto a nord dello stabile, inoltre era presente anche una camera di combustione per la cottura del materiale e che, sfruttando il vento, rendeva possibile raggiungere anche elevate temperature. Questo spiegherebbe anche il ritrovamento nella zona di alcune terme del tipo calidarium, destinate cioè ai bagni caldi e di vapore.
La storia della fornace di Aci Castello si perde purtroppo nella selva di queste industrie sparse in tutta Europa ed in Africa, ed inoltre si deve aggiungere che nel corso della lunga vita dell’Impero questi impianti furono sostituiti o soppiantati da fabbriche di ceramica per uso domestico. Con l’imperatore Adriano in particolare, nel 123 d.C., la produzione delle figline (stabilimenti di produzione del laterizio) è stata organizzata centralmente, ossia diretta come proprietà imperiale. Già nel II secolo d.C. le fabricae, e l’artigianato libero nelle città, regrediscono sempre di più, per lasciare il posto, nel III secolo d.C., agli artigiani raccolti in corporazioni; in seguito saranno costretti a consegnare i loro prodotti all’Impero: lo Stato prescriverà che ognuno sia vincolato nella propria professione in queste corporazioni obbligatorie – secondo il decreto emanato da Diocleziano nel 297 d.C. – finendo per delineare una economia dirigistica per assicurare l’approvvigionamento dell’esercito4.

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1 Enciclopedia dell’antichità classica, a cura di E. Dossi, Garzanti, Torino, 2000 pag. 713

2 Ludovico Friedlaender, Studi intorno agli usi e costumi dei romani – nei primi due secoli dell’era volgare, trad. di A. Di Cossilla, vol I, Manini, Milano, 1874, pag. 11.

3 Ivi p. 714

4 Atlante storico, Garzanti, Milano, 2011, pag. 105.

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