Viaggiare nell’aldilà con Caronte: il prezzo da pagare.

di P.R. Arcadia80

Per definire il costo di questo “viaggio” prenderemo i dati letterari forniti dal “obolo di Caronte” e le evidenze archeologiche. Riferimenti al pedaggio per questo nocchiero sono contenuti in passi di autori greci e latini fra la fine del V sec. a.C. e la fine del II d.C.. La commedia di Aristofane “Le rane” è certamente la fonte più antica: in un dialogo fra Dioniso ed Eracle, il dio chiede all’eroe come possa attraversare il lago senza fondo nell’Ade, il confine fra vivi e morti, per poter liberare Euripide ed Eracle consiglia lui di portare con se due oboli da consegnare ad un anziano barcaiolo. Secondo Aristofane, dunque, la tariffa sarebbe stata di due oboli. Questo probabilmente dovuto al fatto che ogni spettatore aveva pagato due oboli per vedere lo spettacolo ma esiste anche l’ipotesi legata alla diobelia una sorta di sussidio di disoccupazione fatta votare da Cleofonte nel 410. Ma dobbiamo anche considerare che, probabilmente, Eracle consiglia due oboli da utilizzare uno per l’andata ed uno per il ritorno. Questa è, ad esempio, la motivazione che ritroviamo in Apuleio. Eppure anche qui potremmo scindere ancora la motivazione, consapevoli che Apuleio possa utilizzare il numero due per simboleggiare il passaggio dalla morte ad una nuova nascita data la sua devozione per Iside.

Ad una sola moneta fanno invece riferimento due epigrammi dell’Antologia Palatina: entrambe le composizioni presentano Diogene, il filosofo di Sinope, notoriamente povero, chiedere a Caronte di essere accolto nonostante la barca sia colma. Il suo bagaglio è costituito da una fiasca, una bisaccia, un vecchio mantello ed un obolo. Vi sono comunque anche altri epigrammi dell’Antologia Palatina che si concludono dicendo che di tutti gli averi accumulati nel corso della propria esistenza, il defunto può portare con se solo un obolo. Ad un obolo fa riferimento anche Luciano nel dialogo Caronte in cui il nocchiero afferma che, fra i diversi metalli, egli conosce solo il bronzo perchè un obolo di bronzo è ciò che chiede ai “naviganti” verso l’Aldilà.

Le fonti: evidenze letterarie ed archeologiche.

Nelle fonti greche il costo del traghettamento è indicato in oboli. Si tratta dunque di una moneta del valore di un sesto di dracma, coniata inizialmente in argento ma, a partire dal IV sec. a. C., in bronzo e, più sporadicamente, in oro. Più varia e complessa è la testimonianza degli autori latini, anche per le riforme adottate, dove si passa dall’uso di aera (Properzio) al triens (Giovenale), agli stipes (Apuleio).

Tutte le fonti sono comunque concordi su un punto e cioè lo scopo: il pagamento a Caronte per il pedaggio del trasbordo nell’Ade. La pratica di deporre monete nelle sepolture è in realtà precedente alla figura del Caronte barcaiolo. Non vi è alcun riferimento ad esempio in Omero, sebbene si menzioni l’Acheronte (Odissea, X,). Il primo riferimento letterario a noi pervenuto è in un verso del poema epico Miniade, riportato da Pausania, ove Caronte compare come una sorta di traghettatore locale. Eschilo menziona la barca ma non il conducente nel suo Sette contro Tebe. Il primo vero cenno a lui ed alla tariffa richiesta è, come abbiamo visto, in Aristofane.

A livello figurativo i manufatti di età greca relativi alle anime sulla barca di Caronte non fanno mai riferimento alla consegna di monete al nocchiero, con l’eccezione di due casi tutt’ora studiati: una lekythos che raffigura una moneta nella mano del defunto e una lucerna in terracotta con lo stesso soggetto. Le prime attestazioni di monete in necropoli greche risalgono al V sec. a. C. (Corinto), ad Atene l’uso di monete in contesto funerario è invece decisamente limitato. Una maggiore diffusione si ha invece per tutto il periodo romano, ovviamente la consistenza delle monete varia da necropoli a necropoli. Nelle catacombe cristiane la deposizione di monete è attestata in Sicilia (Siracusa, scavi catacomba Vigna Cassia) mentre a Roma è documentata l’usanza di murare i loculi con all’interno gioielli, pettini e monete. Nel VI secolo è interessante la testimonianza di una disposizione di Teodorico che per contrastare le usanze funerarie pagane raccomanda di non deporre oggetti preziosi nelle tombe perchè sono più utili ai vivi che ai morti (Variae, Cassiodoro). Nonostante ciò, attestazioni sporadiche di deposizioni di monete in sepolture si hanno pure in età medievale avanzata (tomba, XV sec., Pieve di Santa Maria all’Impruneta). Nel 1620, un canone del Sinodo di Otranto, pena scomunica, vieta di deporre una moneta nella bocca di colui che sta per spirare.

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