Culti misterici: Dioniso e la contemplazione del destino.

di P.R. Arcadia80

Nella tradizione dei misteri ad Eleusi, ad un certo punto, si intreccia al culto di Demetra quello di Dioniso. Euripide, nelle Baccanti, così fa parlare l’indovino Tiresia: “Due sono, mio caro giovane, le cose essenziali al mondo: la dea Demetra, ossia la terra (chiamala così, se vuoi): è lei a nutrire la gente con i cereali, con il cibo asciutto. Poi è venuto il figlio di Semele; e ha trovato un corrispettivo, l’umido succo della vite, e lo ha introdotto fra i mortali”.

È praticamente impossibile ricostruire la fisionomia del dionisismo e, soprattutto, abbozzare una soluzione del problema della origine del culto celebrato. Che la sua origine sia asiatica o egiziana, che sia penetrato nel mondo greco da Creta o che sia originariamente greco, ha poca importanza. La decifrazione della Lineare A e della Lineare B documenta sufficientemente la presenza del dio nel pantheon miceneo. Cerchiamo dunque di tracciare la fisionomia del culto: abbiamo grande varietà di raffigurazioni e delle epifanie, che oscillano tra antropomorfismo, completo e parziale (volto, fallo) e teriomorfismo (toro, leone, serpente, caprone); definiamo il suo culto come itinerante (che va per mare e per terra con il suo seguito di satiri e menadi) ma non nomade, dal momento che risulta insediato in diverse città (Erea, Teo, Nasso, Patrasso ecc.), come divinità, quindi, eminentemente politica;

Per quanto riguarda il nesso uomo-animale, riprendiamo un passo delle Baccanti: “E Zeus generò – quando le Moire lo concessero – il dio dalle corna di toro e lo incoronò con corone di serpenti: perciò le menadi si pongono attorno alle chiome la preda che si nutre di bestie. Mostrati come toro o come serpente che appare con molte teste o come leone fiammeggiante a vedersi. Vieni, o Bacco, con volto che ride getta un laccio mortale intorno al cacciatore delle baccanti che si precipitò entro il gregge delle menadi”.

Il brano è interessante perché sembra alludere, nella identificazione con il toro, al mito cretese del Minotauro, da cui originerebbe o a cui sarebbe successivamente connesso – secondo alcuni – il culto greco, ma anche per il rovesciamento, implicito nella invocata protezione delle menadi [mainas, indica la furente seguace del dio (anche bakchê, baccante), con radice in maivnomai, sono fuori di me, furioso, da cui, soprattutto, maniva], del rapporto animale-cacciatore (per cui il teriomorfismo di Dioniso sarebbe funzionale alla difesa delle sue adepte, e alla caccia nei confronti del cacciatore delle menadi). Nel quadro di una violenza animale, in cui il dio è evocato sia come animale sia come uomo (con volto che ride), la stessa protezione è atto spietato, consumato con assoluta innocenza (coincidenza di crudeltà e mitezza). Il culto di Dioniso è contraddistinto tradizionalmente da due momenti: quello orgiastico e quello misterico accostandosi al culto di Demetra (vedi Inno a Demetra). Cerchiamo di valutare alcuni punti comuni: il furore [reso con il verbo bakcheueô, ricavato da bakchê, sinonimo di menade, seguace del culto di Bacco-Dioniso] tipicamente associato alla oreibasia (la corsa sui monti), è in questo contesto svuotato della sua carica eversiva (scatenamento di istinti bestiali, cui contribuiscono la danza frenetica al ritmo ossessionante di flauti e tamburelli, e comportamenti rituali quali lo sparagmos [smembramento] e la omofagia [sbranamento di carni crude]), è temperato dal riferimento alle iniziazioni degli dei, così come il thiasos [da thyô, infurio, mi agito, ma anche sacrifico, celebro], che, nel contesto della tragedia, designa originariamente il gruppo delle prime baccanti al seguito del dio, quelle che, secondo tradizione, muovono dalla Frigia e dalla Lidia, si connette alle sante purificazioni [katharmoi, espressione dalla radice indoeuropea Ö kas, da cui castus e castigo, che indica il sacrificio espiatorio]; l’accento finale cade sulla felicità-beatitudine del partecipante [makar] e sulla sua fortuna [eudaimôn, letteralmente avere un buon demone].

Il culto di Dioniso è tradizionalmente associato alla theia manìa che porta il fedele, attraverso un rituale ambiguo e terribile (come il dio), a un’esperienza di smarrimento di sé, in uno stato che oggi diremmo di trance, e che i Greci definivano ekstasis [da existêmi, uscire, stare fuori di sé] o enthousia essere invaso dalla divinità. Tale stato di possessione non è tuttavia da registrarsi come stordimento mentale, né semplicemente come scatenamento di istinti animaleschi ma propriamente come follia volta alla conoscenza e soprattutto contrapposta allo stato di coscienza quotidiano. Una fonte tarda, Filone, riprendendo lo stesso tema, sottolineerà – richiamando implicitamente la epopteia eleusina – come nell’estasi i posseduti dalla frenesia bacchica giungano a vedere l’oggetto bramato [to pothoumenon, oggetto del desiderio o del rimpianto pothos]. Accanto al tema dell’estasi troviamo il decisivo tratto sapienziale della mantica, della divinazione: Tiresia sostiene che Dioniso sia un profeta poiché, invasate dal dio, le menadi sono in grado di predire il futuro, proprio come le sacerdotesse di Apollo (nel caso del rito dionisiaco, infatti, la menade riceve in sé il dio e di conseguenza un sapere non comunicabile, intimo e individuale; in quello apollineo la posseduta, apprende una parola divina, incomprensibile, che verrà rivelata a chi la interpreterà e a chi ha richiesto l’oracolo, rendendola quindi pubblica e comprensibile grazie all’intervento della ragione umana attraverso il sacerdote-interprete).

Per quanto riguarda l’aspetto sessuale del rito, ci fermeremo ad una considerazione che va a smentire l’idea di un culto dedito esclusivamente alla sfera sessuale (cosa che, invece, è abbondantemente presente nelle danze sacre per Artemide, ad esempio). Non è vero che l’orgia dionisiaca si risolvesse in orgia sessuale: è vero, semmai, il contrario. Se anche permane un sottofondo sessuale esso, infatti, si risolve nella trasfigurazione estatica che abbiamo, documentata (le Baccanti). Il dio e il suo culto impongono castità alle menadi, quasi a indirizzare tutta la tensione allo sbocco contemplativo. Ed infatti colui che mette in evidenza una solitudine sessuale, va incontro al proprio destino, in uno scatenamento di frenesia assolutamente bestiale.

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