Il passaggio dei romani in Sicilia:

-Cato nutricem plebis Romanae Siciliam nominabat-

-Catone chiamava la Sicilia nutrice della plebe di Roma-

di Monteneri Graziano

Ierone ha iniziato il suo potere a Siracusa nel 275 a.C1., da questo momento in poi la Sicilia non sarà mai più un’isola indipendente. Il suo potere non avrà molti altri anni di tranquillità, Roma e Cartagine, all’epoca le due potenze maggiori del Mediterraneo, si contendevano il dominio su questo mare; era inevitabile considerare la Sicilia la chiave per il controllo di tutta l’area. Così nel 264 a.C. a Messina – dove erano stanziati i mamertini (mercenari campani) – scoppiò un conflitto locale tra Roma e Cartagine che avrebbe rappresentato l’inizio per la guerra più importante della romanità; vincere i cartaginesi significava vincere a livello internazionale, guadagnarsi un posto nello scenario delle potenze mondiali. Iniziano le guerre puniche (264 a.C. – 146 a.C.) e in Sicilia si decide tutto. L’esito dello scontro è felice per Roma, dopo diverse battaglie per mare e per terra, riesce a ottenere il controllo della Sicilia che viene trasformata nella prima provincia della Repubblica romana nel 241 a.C., e non muterà mai tale statuto sino al 440 d.C. epoca delle invasioni barbariche. Di fatto l’isola non è romana, cioè Italia romana, bensì territorio sottomesso sul quale il magistrato esercita le proprie funzioni e in virtù di tale dominio Roma decide di affidare il governo dell’isola ad un pretore, che in provincia diviene propretore perché non detiene la funzione di magistero. Sull’isola fu imposto il sistema siracusano delle decime sul raccolto, furono imposte tasse in denaro sui pascoli, a acquisti a prezzi forzosi, mentre l’esazione dei tributi avveniva in loco per poi passare in gestione ai temibili Pubblicani di Roma2, appaltatori di tributi col cui potere e attività incutevano terrore persino a consoli e imperatori. Nonostante tutto questo, e la distruzione causata dalla guerra, la Sicilia era una terra prospera, tanto che riuscivano a inviare a Roma non meno di 3 milioni di moggi di grano all’anno3, e grazie all’autonomia di cui godevano i siciliani poterono vantarsi di essere una delle grandi economie del tempo. Tuttavia per produrre tanta ricchezza la Sicilia fu convertita, per la maggior parte del suo territorio, a latifondo e dal momento che i cittadini romani erano ancora relativamente pochi, la massima parte del lavoro era svolto dagli schiavi. Così affianco alla ricchezza di alcuni pochi, vi erano moltissimi altri che vivevano la durissima condizione di schiavitù dell’epoca romana, tale istituto non suscitava affatto degno, anzi era considerato normale e giusto, ma ovviamente non dagli schiavi i quali difatti insorsero per due volte sull’isola. La prima di queste rivolte fu negli anni 136 – 132 a.C. circa venti mila schiavi elessero a proprio re Euno, secondo l’uso ellenistico, affinché guidasse il loro malcontento; non si trattò di una rivolta da poco, tanto che riuscirono a conquistare Enna e Tauromeno. Logicamente non poterono nulla contro Roma, specialmente perché in questi casi non aveva alcun incertezza: le rivolte di schiavi erano viste dal potere centrale come una situazione da annientare immediatamente; e così dei ribelli di Euno finirono morti negli scontri e tutti i superstiti furono crocifissi. Ancora peggio fu l’esito della seconda rivolta servile, guidata da Salvio e Atenione tra il 102 – 98 a.C., stavolta erano in sessanta mila e il Senato di Roma aveva inviato ben due comandanti che non seppero vincerli immediatamente. Il console Gaio Mario intervenne e inviò il collega Manio Aquilio: uccise personalmente Atenione e scagliò la sua furia implacabile su tutti gli altri, senza lasciarne nemmeno uno alla sorte diversa dalla morte violenta. Una rivolta di schiavi è una cosa insopportabile per un antico romano.
Ovviamente l’uomo è sempre lo stesso in ogni tempo, come oggi così allora, laddove vi sono molti denari non manca chi tenti di trafugare per interesse personale. È così che negli anni 73 – 71 a.C. è propretore in Sicilia Gaio Licinio Verre, quel mascalzone nel corso di pochissimi giorni con tristizia frodò alla società dei pedagieri sessantamila sesterzi pari a once siciliane milleottocentodiciotto, che costituivano la ventesima di un milione e duecentomila sesterzi4, di questo e degli altri crimini compiuti da Verre ci narrò Cicerone nelle famose orazioni Verrine. Alla fine Verre, già andato in esilio volontario a Marsiglia, fu costretto a risarcire i siciliani di tre milioni di sesterzi; in seguito cadde vittima delle proscrizioni del secondo triumvirato. Pur avendo la Sicilia accusato tutti questi colpi, che le causarono notevole danno, l’isola era l’economia sicuramente più ricca dell’Italia romana repubblicana, e proprio allora la fortuna decise di cambiare strada quando Marco Vipsanio Agrippa riuscì a strappare l’isola al controllo di Sesto Pompeo, il figlio di Pompeo Magno, che ne aveva preso possesso durante i momenti turbolenti della fine della Repubblica. Augusto difatti riorganizza l’ordinamento siciliano stabilendovi nuovi coloni e nuovi pesanti tributi, e così la Sicilia non può più essere in grado di competere economicamente con le nuove economie dell’impero, specie dopo che Roma ottenne il controllo dell’Egitto.
Nel 200 d.C. si diffuse largamente il cristianesimo e con la riforma provinciale di Diocleziano la Sicilia fu inclusa tra le province dell’Italia suburbicana5; infine negli anni del secolo V d.C., nonostante le invasioni barbariche, l’isola continua il suo livello di prosperità. Sono questi i famosi anni delle grandi ville in Sicilia, come quella di Piazza Armerina. Dipoi la parabola discendente, la crisi che colpì tutto il romano impero toccò anche la Sicilia, e dobbiamo aspettare ben ottocento anni per registrare una nuova ripresa economica e politica della Sicilia che sia rilevante a livello internazionale, quando nel 1209 Federico II di Hohenstaufen divenne re di Sicilia. Ma questa è una breve parentesi nella storia siciliana come nutrice della plebe di Roma e dei popoli tutti che l’hanno dominata.

__________________________

1 Enciclopedia dell’antichità classica, a cura di E. Dossi, Garzanti, Torino, 2000 pag. 1303
2 Ibidem
3 ibidem

4 P. Impellizzeri, Cicerone in Siracusa, Poligrafia Empedocle, Palermo, 1843, pag. 20.
5 Enciclopedia dell’antichità classica, a cura di E. Dossi, Garzanti, Torino, 2000 pag. 1303

2 pensieri riguardo “Il passaggio dei romani in Sicilia:

  1. Articolo molto bello, mi esalta quasi in ogni sua parte. Mai avrei creduto che la prima causa, nei tempi, della perdita di benessere della Sicilia sia stato Augusto. Di tutto quanto scritto qui, sapevo solo che la Sicilia era il granaio di Roma, insieme poi all’ Egitto (su altre fonti ho letto che pure l’ odierna Libia aveva questo compito). Ottimo lavoro Graziano 🙂

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    1. Ciao Fabio, grazie per l’interesse! Giusto per completezza, non solo la Libia, in realtà tutto il nord Africa era granaio di Roma. Inoltre vi sono molte evidenze storiche ed archeologiche sul passaggio dei romani anche in altre zone dell’Africa (Capo Verde, Ciad, Mali, Sudan e, probabilmente, Tanzania).

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