I misteri eleusini: sulle tracce del più “famoso” rito religioso segreto dell’antica Grecia.

P.R. Arcadia80

“[…] e Demetra a tutti mostrò i riti misterici [orghia], a Trittolemo e a Polisseno, e inoltre a Diocle, i riti santi [semnav], che non si possono trasgredire né apprendere [puthesthai] né proferire [acheein]: difatti una grande attonita atterrita reverenza [sebas] per gli dei impedisce la voce. Felice [olbios] colui – tra gli uomini viventi sulla terra – che ha visto [opopen] queste cose: chi invece non è stato iniziato [atelês] ai sacri riti [ierôn], chi nonha avuto questa sorte [ammoros] non avrà mai un uguale [omoiôn] destino [aisan], da morto, nelle umide tenebre marcescenti di laggiù.”
[Omero, Inno a Demetra, 476-482; in G. Colli, La sapienza greca, Volume I, Adelphi, Milano, 19813, p. 93].

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Il brano proposto rappresenta la più antica attestazione della esistenza di culti misterici legati alla figura divina di Demetra: la datazione dell’Inno pseudo-omerico è incerta ma verosimilmente databile al VII sec. a. C.. La divinità (il cui nome, Dêmêtêr, significa, per un verso, madre terra, per altro può farsi risalire al termine cretese per cereali – cui comunque essa si collega in quanto dea della fertilità) appartiene non solo, in quanto figlia di Crono e Rea, all’originario complesso olimpico (risulta venerata in tutto il mondo greco e ellenistico) ma, secondo alcuni , è forse addirittura da ricondurre alla potnia, signora universale, padrona della vita e della morte, dea unificante della natura, al vertice del pantheon miceneo.
Il mito è noto: Demetra ebbe, dal rapporto incestuoso con il fratello Zeus, la figlia Persefone (Core, Korê, Fanciulla); questa fu poi, con il consenso del padre, rapita dal sovrano degli inferi Ade (Plutone). Quando la madre, avvertita dalle grida della fanciulla, si mise alla sua ricerca, invano la cercò tra i vivi e solo l’indicazione di Elio le consentì infine, dopo dieci giorni di inutili indagini, di scoprire la trama. A quel punto Demetra decise di abbandonare l’Olimpo e di riparare a Eleusi, donde scagliò la propria maledizione sulla terra, rendendola infeconda. Fu allora che Zeus mosse il proprio messaggero-mediatore Ermes al fine di recuperare la figlia, intanto divenuta con la violenza sposa del dio dei morti: l’ordine di Zeus fu rispettato, ma un chicco di melagrana, dato furtivamente da mangiare alla fanciulla al momento dell’abbandono, finirà per legare eternamente Persefone al mondo infero. Essa, infatti, potrà da allora in poi trascorrere i due terzi dell’anno con la madre, per poi fare ritorno, per il rimanente terzo, dallo sposo infernale.

Ritiratasi dunque a Eleusi, la divinità venne accolta, sotto le spoglie di una anziana serva, dal re Celeo nella propria casa e destinata alla cura di uno dei figli del re e della regina Metanira, Demofonte. Volendo conferire il dono della immortalità al bambino, si accinse al rito, cospargendolo di ambrosia e avvicinandolo alle braci per l’immersione nel fuoco: tuttavia l’intervento della madre, terrorizzata dalla scena, da un lato impedisce il compimento del rito – bloccando il tentativo della dea di forzare i limiti della natura umana – dall’altro contribuisce al disvelamento della sua natura divina. Così, per essere stato oggetto di attenzioni divine, Demofonte riceverà onori particolari tra gli uomini (sarà ricordato annualmente in combattimenti rituali – che si innestano nella tradizione delle iniziazioni militari documentate in altri contesti), mentre il fratello Trittolemo, prima che Demetra acconsentisse finalmente a far ritorno all’Olimpo, fu iniziato ai misteri (con Eumolpo, Celeo e Diocle, re di Fere) e divinamente omaggiato di semi di grano e aratro di legno (con tanto di prova pratica nella pianura di Raria), grazie ai quali, con il supporto di un eccezionale vettore (un carro tirato da un drago alato), egli avrebbe dovuto insegnare agli uomini l’agricoltura.

Dal mito ricaviamo le seguenti indicazioni circa il culto della dea in Eleusi:

-esso certamente doveva rivestire una valenza propiziatoria-colturale, celebrando un aspetto della civiltà greca arcaica avvertito così essenziale da richiedere una garanzia superiore;

-esprimeva una istanza fondamentale all’interno della cultura greca arcaica: gli uomini non possono superare i limiti (mortalità) imposti alla loro natura per farsi uguali agli dei. All’uomo restava l’onore (timêv), per essere ricordato e immortalato nel tempo;

-la condiscendenza divina – da guadagnarsi con la venerazione e la disponibilità (la ospitalità di Celeo, il soccorso di Diocle) – era marcata comunque come dispensatrice di aiuto ai mortali: se non in grado di vincere i limiti, essa poteva predisporre, nella conservazione del ciclo generazionale, nella abbondanza dei frutti, la loro sopravvivenza.

Ma in cosa consisteva il culto eleusino? Distinguiamo un aspetto culturale (con evidenze storiche ed archeologiche) ed un aspetto misterico (impossibile da determinare ma possibile tracciarne risvolti filosofici o letterari). Intanto, il culto che si celebrava nel santuario di Demetra e di sua figlia, alle pendici di una collina, in posizione bassa ed esterna rispetto alla acropoli di Eleusi (24 km nord-ovest di Atene); nella seconda metà del mese di settembre (Boedromione) – era esplicitamente indicato, nel fitto calendario di festività religiose ateniesi con la formula ta Mystêria (il termine greco, attestato sia in Eraclito sia in Erodoto è utilizzato in ambito ellenico regolarmente al plurale) che ha finito per denotare, in modo specifico, una tipologia di manifestazioni religiose diffuse in altri angoli della Grecia e della Magna Grecia. Sebbene non si possa escludere, per le implicazioni dei miti connessi, una precedente tradizione cultuale contadina e barbara, le attestazioni archeologiche documentano una precisa dinamica politica tra Atene e Eleusi, di cui la seconda verrebbe a configurarsi come il polo sacro e quindi l’inserimento dei cicli misterici (esistevano, infatti, piccoli misteri che si celebravano ad Agre, sull’Ilisso) all’interno della dimensione culturale ateniese, di cui il rito eleusino rappresentava semmai un momento integrato di diversità, cui tutti coloro disposti a parteciparvi potevano essere iniziati. Il meccanismo dei rituali era più o meno così organizzato: dopo che i sacerdoti avevano trasferito gli oggetti sacri da Eleusi all’Eleusinion (recinto delle dee sopra l’agora), gli iniziati, condotti da un mystagôgos (conduttore, iniziatore nei misteri) ateniese si riunivano nella agora, dove ricevevano istruzioni da uno ierophantês (colui che mostra, insegna gli usi dei sacrifici, che dice o mostra le cose sacre), che avrebbero dovuto escludere dal culto gli impuri e coloro che non comprendevano la lingua greca; il giorno successivo si procedeva alla purificazione (bagno al Falero con maialino, poi sacrificato e mangiato), quindi si avviava il periodo di digiuno (che si sarebbe concluso tre giorni dopo, all’arrivo in Eleusi); dopo due giorni di riposo, un sacrificio a Demetra e Core, una processione e un rito in onore di Asclepio , il rito principale era avviato con la processione da Atene a Eleusi, accompagnata da una statua di Iacco, personificazione dell’urlo rituale degli iniziati (iakchê), probabilmente da identificare con Dioniso; la processione di parecchie migliaia di iniziati raggiungeva a sera il santuario: seguiva la purificazione rituale e l’assunzione del ciceone (kykeôn), una bevanda di acqua, orzo e foglie di mela; il rito notturno aveva luogo nel telestêrion, edificio principale del complesso e prevedeva due gradi di iniziazione:

-il primo, obbligatorio, era di iniziazione vera e propria (myêsis, Clemente Alessandrino ci conserva una pretesa formula della iniziazione: “ho digiunato, ho bevuto il ciceone, ho preso dalla cesta, dopo aver maneggiato [ergasamenos] ho riposto nel canestro, e dal canestro nella cesta”);

-il secondo, facoltativo, di carattere contemplativo, la epopteia (visione, il termine assume generalmente il significato di contemplazione e specificamente la visione in cui si compiva la iniziazione. Una fonte tarda e tendenziosa [Ippolito, Confutazione di tutte le eresie] ci conserva questa versione di quella esperienza: “gli Ateniesi, nell’iniziazione di Eleusi, mostrano a coloro che sono ammessi al grado supremo [epopteuosi] il grande e mirabile [thaumaston] e perfettissimo [teleiotaton] mistero [mystêrion] visionario [epoptikon] di là: la spiga di grano mietuta in silenzio. Lo ierofante in persona […] che si è reso impotente con la cicuta e si è staccato da ogni generazione carnale, di notte a Eleusi, in mezzo alla luce delle fiaccole, nel compiere il rituale dei grandi e ineffabili [arrêta] misteri, grida e urla proclamando: Brimò Signora ha generato il sacro fanciullo [kouron] Brimós […]”.

Per provare a trarre una conclusione sulla esperienza religiosa eleusina, ci atteniamo alla testimonianza di Aristotele, insospettabile di cedimenti al misticismo. Nella prima parte del suo dialogo perduto Sulla filosofia, opera di grande diffusione nell’antichità greca e romana, dedicata a una messa fuoco del concetto di sapienza, il filosofo aveva avuto modo di richiamarsi a quella tradizione religiosa, in termini espliciti: “Gli gli iniziati [tous teloumenos] non devono imparare [mathein] qualcosa, bensì subire un’emozione [pathein] ed essere in un certo stato, evidentemente dopo di essere divenuti capaci di ciò. […] Ciò che appartiene all’insegnamento e ciò che appartiene all’iniziazione. La prima cosa invero giunge agli uomini attraverso l’udito, la seconda invece quando la capacità intuitiva [tou nou] subisce [pathontos] la folgorazione [ellampsin].”.

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