I geroglifici: breve studio di approfondimento

di P.R. Arcadia80

Un egittologo se volesse idealmente dialogare con un contemporaneo di Sinuhè potrebbe infatti riuscirvi solo per iscritto (l’egiziano antico, “morto” da millenni è impronunciabile a causa della totale assenza delle vocali nella scrittura). Tutte le lingue del mondo occidentale, siano esse espresse con caratteri latini, cirillici o greci, si basano sul meccanismo dell’alfabeto. L’egiziano antico al contrario è una lingua composita ove coesistono simboli grafici (i geroglifici) aventi valore esclusivamente fonetico, di ideogramma od anche collocati al solo scopo di chiarire il senso delle parole, pertanto simboli muti cioè non oggetto di pronuncia. Ciascun geroglifico può rappresentare, a seconda dei casi, una delle classi anzidescritte. La fondamentale e primaria difficoltà che incontrano tutti coloro che si accostano per la prima volta allo studio di queste scritture consiste nel riuscire ad identificare in modo corretto la classe di appartenenza dei geroglifici nel corpo di una frase.

A rendere ancor più complessa tale problematica si tenga presente che la scrittura può essere letta, a seconda dell’orientamento delle figure rappresentate nei simboli, da sinistra verso destra, al contrario, in verticale od anche nel corpo di uno stesso rigo si possono avere talvolta improvvise inversioni nel senso di lettura. Si aggiunga infine il fatto che gli scribi del tempo per motivi esclusivamente di estetica, pertanto non rispondenti a precise regole di grammatica, sovente accorpavano i vari simboli per riempire gli spazi vuoti con il risultato di ingenerare ulteriore difficoltà di apprendimento da parte dei principianti. Onde acquisire una accettabile conoscenza di questa scrittura occorrono dunque tempo, pazienza e lunghe esercitazioni atte soprattutto a far rendere familiari almeno i principali simboli (la lista Gardiner ne cataloga 700, i più ricorrenti sono comunque circa duecento). Probabilmente, sotto il profilo estetico, la più bella scrittura mai concepita dall’uomo (nel rinascimento prese l’appellativo di “lingua degli dei”. Pur esistendo al giorno d’oggi buone grammatiche l’opera fondamentale e certamente la più chiara ed esauriente resta quella del Gardiner.

CENNI STORICI

Nella sua fase di evoluzione l’uomo, agli albori della civiltà, avvertì l’esigenza di memorizzare fatti, circostanze legate alla propria esistenza. Il progresso imponeva pertanto un meccanismo atto a far conoscere informazioni non più soltanto per mezzo del linguaggio ma anche attraverso rappresentazioni grafiche. Uno degli eventi più singolari ed importanti legati al progresso fu certamente la scoperta della scrittura che consentiva, più e meglio delle parole, di serbare memoria di fatti, eventi di particolare importanza legati alla propria esistenza. Il vecchio detto verba volant scripta manent iniziò proprio con l’avvento della civiltà. Le prime rappresentazioni grafiche si basavano esclusivamente sul principio degli ideogrammi, cioè simboli grafici aventi lo scopo di identificare l’oggetto raffigurato nelle stesse.

Con il tempo l’uomo si rese conto però che i soli ideogrammi non erano più sufficienti a rappresentare in maniera esauriente il significato di una frase un po’ più complessa che non fosse la semplice rappresentazione di un oggetto, né d’altronde si poteva estendere ad una moltitudine eccessiva di ideogrammi la rappresentazione grafica di un pensiero elaborato. Vi fu così una seconda grande svolta nella evoluzione della scrittura che acutamente il Gardiner chiama la scoperta del rebus o della charade. In sostanza l’uomo escogitò un sistema di combinazione di più ideogrammi tra loro che, opportunamente sistemati, riuscivano ad esprimere un significato più complesso e cosa più importante del tutto estraneo alla rappresentazione grafica degli stessi. Tutto ciò utilizzando soltanto un limitato numero di ideogrammi.

L’uomo aveva così scoperto il valore fonetico dei simboli grafici indipendentemente dalla rappresentazione che essi davano. Erano i primi passi del meccanismo dell’alfabeto concretamente attuato dai fenici e poi dai greci e che sta alla base della loro scrittura e di quelle derivate quali la latina e la cirillica. Alla luce delle recenti ricerche soprattutto nel campo archeologico le primissime scritture a noi pervenute sono di origine sumera, la grande civiltà dei cosiddetti popoli del mare abitanti la zona meridionale dell’ alluvio mesopotamico. Gli ideogrammi realizzati dai sumeri, consistenti in simboli molto semplici e direi abbastanza intelligibili, nel corso dei secoli subirono sensibili modifiche dando così origine ai caratteri cuneiformi utilizzati dalle popolazioni assiro-babilonesi e iraniche ed usati per lunghissimo tempo altresì come scrittura nelle relazioni diplomatiche e commerciali dell’oriente antico.

Molto si è discusso tra gli studiosi se i simboli grafici usati dagli egizi (i geroglifici) in epoca pre-dinastica possano esser stati una derivazione o meno della matrice sumerica. E’ possibile, anzi probabile, che la grande novità proveniente dal Grande Mare Meridionale (l’attuale golfo persico) abbia per così dire contagiato gli egizi dell’epoca ma è indubitabile che la scrittura pre-dinastica e poi la successiva ha una peculiarità del tutto particolare e direi profondamente diversa che non trova analoghi riscontri presso altre antiche popolazioni. In proposito rammento semplicemente che il sistema di scrittura dei sumeri ma soprattutto la scrittura derivata dei caratteri cuneiformi si basa fondamentalmente su caratteri aventi valore sillabico mentre nei geroglifici risultano del tutto assenti le vocali , elemento dominante come detto della scrittura cuneiforme.

Anche l’egiziano antico, al pari delle altre scritture, subì queste fasi evolutive. I simboli aventi valore fonetico dovrebbero essere comparsi in un periodo di poco anteriore alle epoche dinastiche, ma gli ideogrammi restarono sempre nella scrittura egizia per millenni e millenni. L’egiziano antico è pertanto, come accennato nella premessa, un sistema di scrittura composito. La grande peculiarità dell’egiziano antico, o per essere più precisi dei geroglifici, che rende unica nella storia dei popoli questo genere di scrittura consiste nel fatto che in tutto l’arco della sua storia i primigeni simboli grafici non hanno mai subito pressoché alcuna modifica, al contrario di tutti gli altri tipi di scrittura che con il passar del tempo hanno subito diverse trasformazioni finendo per perdere le caratteristiche originarie di rappresentazione.

I caratteri cuneiformi, ad esempio, non sono altro che degenerazioni di ideogrammi creati in larga misura, come detto, dai Sumeri. Analogo discorso vale per i caratteri rappresentati dalla scrittura cinese, fenicia ecc. Anche in Egitto vi sono state alterazioni grafiche o abbreviazioni ma tali modifiche si riscontrano in altri tipi di scrittura che esistettero parallelamente ai geroglifici e che erano usate nel linguaggio corrente (caratteri ieratici, demotici ed in ultima analisi il copto misto di caratteri egizi e soprattutto greci). I geroglifici restarono tali e quali per millenni e questo perché essi rappresentavano la scrittura degli dei, della sacralità che non poteva, né doveva, subire modifiche di ordine estetico.

Questa ossessione nella perfezione delle immagini rappresentate ha reso i geroglifici immagini uniche di scrittura che il Gardiner definisce pictorial art. La parola geroglifico deriva dal greco hieros (sacro) glipho (incisione) cioè incisioni sacre ma il vero termine usato dagli egizi era mdw ncr (parola di dio). L’egiziano antico nel corso dei millenni ha naturalmente, come tutte le lingue, subito una continua evoluzione che generalmente viene così raggruppata:

egiziano antico: il linguaggio usato nelle prime otto dinastie (3180-2240 a.C. circa);

medio egiziano che differisce di poco dal linguaggio precedente e che abbraccia il periodo che va dalla IX alla XII dinastia (circa 2240-1990 a.C.). E’ considerato il linguaggio classico per antonomasia. Si ritiene opportuno segnalare che durante il cosiddetto periodo intermedio (XIII-XVII dinastia) e durante la XVIII, sino al regno di Amenophi III compreso, il Medio egiziano era la lingua ufficiale e letteraria.

tardo egiziano o neo egiziano che abbraccia il periodo dal regno di Amenophi IV (XVIII dinastia) sino al 715 a.C.

Fu la grande rivoluzione amarniana (regno del faraone ribelle Akhenaton) a dare una sensibile svolta all’uso della lingua corrente che fece il suo ingresso in tutte le documentazioni ufficiali e pertanto anche nelle iscrizioni geroglifiche. Al neo egiziano seguì il Demotico, dialetto e sistema di scrittura usati nel linguaggio popolare (dal greco demos = popolo. Nel secolo scorso veniva anche chiamato encoriale dal greco nativo, termine oramai caduto in disuso). Infine, ultimo anello di questa lunga catena plurimillenaria, la lingua e la scrittura Copta (alterazione o meglio abbreviazione della parola greca Aiguptos = Egitto). Il copto era la lingua egiziana parlata nei primi secoli dell’era volgare.

Questo linguaggio cadde in disuso all’indomani della conquista araba dell’Egitto e si estinse del tutto nel XVI secolo scorso. I caratteri sono una derivazione di quelli greci tranne alcuni , sette per l’esattezza, derivazione dei geroglifici. Il copto è ancora ad oggi la scrittura usata nella liturgia copta-cristiana. Osserva il Gardiner, è che i fedeli al giorno d’oggi lo leggono nelle funzioni religiose ma non ne comprendono il significato. Parallelamente ai geroglifici esisteva in epoca pre-cristiana la cosiddetta scrittura Ieratica (dal greco hieratikòs = scrittura sacerdotale, perché usata dai sacerdoti).

Non era una lingua bensì semplicemente la scrittura corsiva dei geroglifici, quindi una scrittura che oserei chiamare svelta cioè più funzionale, indispensabile per la vita di tutti i giorni (un corsivo ancor più esasperato derivante dallo ieratico era il demotico anzidescritto). Sin dal IV-V secolo d.C. i geroglifici divennero indecifrabili, appartenenti oramai ad una lingua morta. L’ultimo scritto in caratteri geroglifici, ad oggi conosciuto, risale al 394 d.C., mentre quello in caratteri demotici al 452 d.C. Nessuno si prese cura di conservarne almeno le sue arcane regole e così per secoli e secoli e sino al secolo scorso questa scrittura rappresentò semplicemente un rompicapo misterioso ed affascinante al tempo stesso per tutti, studiosi, letterati filosofi ecc. Le teorie nel merito furono tante e tutte più o meno variopinte.

Chi sosteneva dovevasi trattare di simboli di esclusivo valore religioso ed allegorico e pertanto non rientranti nel novero delle scritture vere e proprie, altri ne intuirono il significato di scrittura ma non riuscirono a scoprirne il meccanismo corretto di interpretazione. Tra tutti gli studiosi che si interessarono nei secoli antecedenti all’ottocento a questa problematica la figura certamente più caratteristica e curiosa fu quella del gesuita Athanasius Kircher (XVII secolo). Costui pretese di aver scoperto il segreto per leggere e tradurre i geroglifici (ci limitiamo ad accennare che le teorie di questo gesuita tedesco erano tali e grotteschi voli pindarici che meriterebbero certamente di esser lette).

Agli inizi dell’ottocento dapprima l’inglese Young ma soprattutto e fondamentalmente il francese Champollion riuscirono nel miracolo della interpretazione dei geroglifici partendo dalla traduzione della famosa stele di Rosetta (l’inglese Young riuscì agli inizi del secolo, esaminando la stele di Rosetta portata a Londra, ad intuire che la scrittura demotica era priva di vocali ed era certamente una derivazione dei geroglifici. Intuì altresì che all’interno dei cartigli vi erano i nomi dei sovrani; Champollion ottenne una rappresentazione grafica della famosa stele. Inizialmente egli ritenne in modo erroneo che i geroglifici avevano esclusivamente valore di ideogramma e non fonetico (particolare invece che fu intuito dallo Young). Mentre lo Young non andò oltre queste intuizioni, Champollion ebbe la genialità di concretizzarle riuscendo a tradurre in modo valido ed esauriente i geroglifici). Fu proprio in quel periodo, all’indomani della missione napoleonica in Egitto, che nacque una nuova disciplina: l’egittologia. Ed uno dei grandi padri pionieri ne fu l’italiano Giovanni Battista Belzoni.

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