Conoscere l’Islam: breviario.

Conoscere l’Islam: breviario.

Credenze e vita quotidiana

La maggioranza dei musulmani si definisce “gente della sunna (di Muhammad) e della coesione” e crede nella necessità di non solidarizzare con gli scismatici e gli eretici senza che questo comporti drammatiche sanzioni nei loro confronti. Crede altresì in una pluralità di attributi divini enunciati nel Corano (scienza, potenza, volontà, vita, parola, udito e vista) senza che da essi conseguano considerazioni di tipo antropomorfico e senza che l’uomo possa presumere di capirne il significato profondo. Il sunnismo, infine, venera tutti i califfi che si sono, a vario titolo e con diversi meriti, succeduti alla testa della comunità dei credenti.

La sh’ia, che abbiamo già visto risolvere diversamente il problema dell’imamato, accusa ‘Othmàn e i suoi sostenitori di avere falsificato il Corano per danneggiare i diritti di ‘Ali al califfato. Indica poi il gihàd come necessità inderogabile e vero “pilastro della fede”‘ e diverge dal sunnismo su alcuni istituti giuridici (riconosce valido per esempio il matrimonio cui sia stata prefissata consensualmente una scadenza). Rifiuta inoltre il ricorso al ragionamento teologico-dogmatico, respinge come politeistica la teoria degli attributi divini esistenti ab aeterno, condanna per lo stesso motivo la teoria del Corano “increato” e osteggia la convinzione sunnita della creazione da parte di Dio dell’atto umano che in effetti sembra annullare qualsiasi forma di libero arbitrio e di personale responsabilità dell’uomo, abbandonandolo a un disperante fatalismo.

In qualche modo tuttavia sia i sunniti sia gli sciiti si riconoscono per lo più come appartenenti alla comunità islamica e non saranno dunque queste pur importanti differenziazioni a distinguere chi sia musulmano da chi non debba essere ritenuto tale.

Un musulmano innanzi tutto è colui che crede in un Dio Uno e Unico, in Allah, e nella missione profetica svolta da Muhammad. In effetti la “testimonianza” pubblica (shahada) -primo articolo della fede islamica in Dio e nel suo Profeta di questo principio-cardine è il primo atto da compiere per chi voglia entrare a far parte della umma dei credenti. Ogni musulmano però sa bene che la sua religione deve poggiare anche su altri “pilastri'”: la beneficenza legale (zakàt), la preghiera canonica (salàt), il digiuno nell’intero mese di ramadàn (sawm ramadàn) e il pellegrinaggio a Mecca e dintorni (hagg). Alcune scuole sunnite, e comunque lo sciismo, aggiungono anche il gihàd (o sacro impegno).

La zakàt fu intesa all’epoca del Profeta come un mezzo per rendere lecito ai ricchi il godimento della propria ricchezza, chiamandoli ad aiutare i più bisognosi compagni di fede, in base a un principio di solidarietà fra gli uomini che pervade tutta l’etica islamica.

Le somme, raccolte in base a precisi criteri, dovevano essere inderogabilmente impiegate per scopi assistenziali: sussidi a orfani e vedove, ricovero per i pellegrini, opere di pubblica utilità. Finito il califfato, la zakàt si è tramutata però in pura e semplice elemosina volontaria che, elargita com’è al di fuori delle prescritte modalità elaborate in età califfale, crea non piccoli problemi d’identità al moderno devoto.

La salàt (preghiera) è invece ancor oggi perfettamente assolvibile in accordo con la tradizione più antica e – trascurando quelle volontarie o altre preghiere speciali, quali quelle in occasione delle eclissi o in caso di siccità – ha luogo in cinque diversi momenti della giornata: all’alba, a mezzodì, nel pomeriggio, di sera e di notte, per i quali il mu’ad din (muezzin), un devoto in ciò specializzato, lancia un richiamo (spesso oggi registrato) dall’alto dei minareti delle moschee.

Si raccomanda ai fedeli di assolvere insieme nella moschea la preghiera del mezzogiorno di venerdì che, per questo, è giorno liturgicamente festivo. Nell’occasione una persona a ciò delegata pronuncia da una sorta di pulpito (minbar)una breve allocuzione (khutba) che, in altri tempi, forniva l’occasione per menzionare il nome del sovrano che si considerava legittimamente governante.

La preghiera non si esaurisce con giaculatorie e recitazione di brani coranici perchè a esse devono accompagnarsi precisi movimenti del corpo che vanno eseguiti con vincolante meticolosità. È proprio per questo che, nelle preghiere in comune, si può rivelare essenziale la presenza di un imàm, un semplice devoto che, per riconosciuta esperienza, si colloca davanti agli oranti per essere d’ausilio a chi eventualmente si dovesse distrarre.

Le orazioni, come ogni “pilastro”, vanno compiute in stato di purità rituale, conseguibile con lavacri parziali o totali del corpo, e ciò ha non poco contribuito in passato alla moltiplicazione dei bagni pubblici in cui, dopo essersi nettati in attesa della preghiera, fosse possibile rilassarsi e condurre magari in porto qualche buon affare.

Perfettamente funzionale al sentimento religioso e alle necessità igieniche il bagno pubblico era dipinto come luogo di perversione dal malizioso moralismo cristiano che, fino a qualche secolo fa, incoraggiava il fedele a lavare il proprio corpo (visto come fonte di lussuria) solo una o due volte l’anno.

La salàt va adempiuta orientando il volto e il corpo verso Mecca, in direzione del santuario della Ka’ba, malgrado inizialmente il devoto si volgesse verso Gerusalemme.

Nella moschea la direzione è indicata dal mihràb, una nicchia per lo più ad abside spesso artisticamente decorata, ed è per i problemi di orientamento dei viaggiatori e dei commercianti che una particolare attenzione fu dedicata in passato agli studi astronomici e trigonometrici.

Per il digiuno del mese di ramadàn ci si astiene totalmente dall’ingerire a qualsiasi titolo alimenti, solidi, liquidi e gassosi (profumi o fumo, anche passivo, di tabacco) e dal compiere qualsiasi atto sessuale dal primo apparire del sole fino al suo definitivo tramonto, periodo dopo il quale è lecito fare ciò da cui ci si è precedentemente astenuti. Questa pratica penitenziale e devozionale, già di per sè abbastanza dura per il suo protrarsi lungo l’arco di trenta giorni continuati, è particolarmente penosa per tutti gli adulti sani (sono esentati gli impuberi, gli anziani inabili, i malati, le donne in gravidanza o in allattamento) quando ramadàn cade nelle stagioni più calde  dell’anno, ed è forse per questo che si è usi festeggiare con grande tripudio la fine del digiuno il primo shawwàl, malgrado il riduttivo nome di “piccola festa ” che si dà a tale occorrenza.

La “grande festa” ha luogo invece nel corso del pellegrinaggio, obbligo cultuale da assolvere almeno una volta nella vita per le stesse categorie che sono state sopra indicate e che abbiano sufficienti risorse per affrontare le spese di viaggio e di soggiorno a Mecca e nei suoi dintorni nel corso di ogni mese lunare di dhu ‘l-higgia. Si tratta di rendere omaggio per alcuni giorni a quello che è considerato il più importante santuario dedicato a Dio, la Ka’ba, un antichissimo edificio di forma appunto cubica che i musulmani credono sia stato calato la prima volta dal cielo e restaurato da Abramo (Ibrahìm) e dal figlio Ismaele (Isma’ìl) alla fine del Diluvio universale.

Coperta da un ricco tessuto per lo più nero, la Ka’ba ospita in un angolo la Pietra nera, venerata come l’ultlimo relitto del primitivo edificio celeste.

Intorno al santuario i pellegrini, coperti da una semplice tunica, compiono alcune circumdeambulazioni, si recano quindi ad ‘Arafah, una pianura fuori Mecca, per una giornata di profonda meditazione e il dieci, dhu ‘l-higgia -giorno appunto della “grande festa” – sgozzano un  animale la cui carne sarà distribuita in buona parte ai meno abbienti mentre, in margine, hanno luogo alcuni riti apotropaici che prevedono  il lancio (una o più volte) di sette pietruzze contro alcune steli raffiguranti il demonio.

Anche il gihàd (lett. impegno) costituisce un obbligo in base al quale ogni credente deve impegnarsi appunto a combattere gli aspetti più passionali e forieri di peccato della propria personalità. In quanto impegno bellico -che in ambiente non islamico si indulge a definire impropriamente “guerra santa”, mentre semmai si tratta di “guerra canonica”‘ – è dovere personale di ciascuno prendere parte alla difesa attiva della dar al-islàm (il territorio in cui vige la Legge islamica) quando sia esposta all’attacco dei nemici, obbligo invece anche solo collettivamente assolvibile quando si tratti di portar guerra agli infedeli in dar al-harb (il territorio di guerra, estraneo all’Islàm).

Le fortune di quest’ultimo tipo d’impegno hanno cominciato a declinare man mano che il rapporto di forza con l’Europa diventava meno favorevole e si manifestava la schiacciante superiorità economica e tecnologica occidentale.

Nello sciismo imamita e ismailita questo tipo di “impegno minore” incontra invece da tempo difficoltà di realizzazione dal momento che la dottrina per lo più richiede l’effettiva presenza dell’imàm che, come abbiamo visto, s’è occultato, per gli uni o per gli altri, fra il IX e il X secolo.

L’aldilà

Malgrado questi “pilastri” siano da applicare con precisione, evitando di compiere il minimo errore che contrasterebbe con le precise disposizioni della sharì’a, il musulmano ha però anche un apparato dogmatico, quasi tutto attinente all’escatologia (alle credenze relative all’aldilà), cui fermamente credere per evitare di perdere immediatamente la propria qualità di musulmano, diventando eretico (kafir).

Innanzitutto la resurrezione della carne, collegata con il Giudizio finale, anticipato in qualche modo quando il defunto (il cui cadavere è stato lavato e inumato, in uno o più sudari, nella pura terra, col capo rivolto verso la Ka’ba) viene sottoposto alla cosiddetta “prova della tomba “, cioè all’interrogatorio condotto da due angeli, Munkar e Nakìr, al fine di vagliare la retta fede del defunto. Abbia o meno superato la prova, questi dovrà comunque presentarsi al cospetto di Dio per essere giudicato alla fine dei tempi quando -annunciata da varie calamità, dall’apparire del Daggiàl (sorta di Anticristo) e dal manifestarsi del Mahdi – l’intera umanità morirà a un primo squillo della tromba angelica di Israfil per resuscitare a un secondo squillo e avviarsi al Giudizio universale.

Le azioni compiute in vita, trascritte su registri, decreteranno il definitivo verdetto di salvezza o di condanna per il fatto di far pendere dall’una o l’altra parte i piatti di bilance escatologiche quanto mai precise.

I defunti dovranno poi incamminarsi lungo un ponte, sospeso sull’Inferno, che conduce all’ingresso del Paradiso. Cammino impossibile per i malvagi, che a capofitto precipiteranno in basso, a meno che Dio, nella sua infinita onnipotenza e misericordia, non decida altrimenti, o non sia intervenuta in loro favore l’intercessione di Muhammad.

Il cammino sarà invece agevole per i beati che, dopo essersi dissetati in un bacino da cui sgorga un liquido più bianco del latte e più dolce del miele, in grado di estinguere per sempre la loro sete, entreranno nel Giardino in cui fanciulle “dai grandi occhi neri”, sempre vergini e tanto diafane da mostrare i loro organi interni, li delizieranno spiritualmente e fisicamente. Un passaggio coranico fa pensare che analoghe delizie sarebbero riservate anche alle beate, per opera di “giovani come perle nascoste nel guscio su alti giacigli in file, all’ombra di alberi carichi di frutta e in un paesaggio ricco di acque limpide, di latte, miele e di vino che non farà nascer discorsi sciocchi, o eccitazion di peccato”.

Come altre culture religiose anche l’Islam crede dunque in entità soprannaturali, benigne e maligne. S’è detto di Gabriele, di Israfìl, di Munkar e di Nakìr, ma si può ricordare l’arcangelo Michele, che ha la particolarità di non ridere mai, o ‘Izra’ìl, angelo della morte, oppureRidwàn e Malik, rispettivamente custodi del Paradiso e dell’Inferno, o ancora Harùt e Marùt, tutt’altro che asessuati se il Corano ne può raccontare la lussuriosa condotta, addebitando loro fra l’altro l’aver rivelato all’uomo i pericolosi segreti della magia (di cui l’Islàm, biasimandola, riconosce l’efficacia, alla medesima stregua di ebraismo e cristianesimo).

Il loro numero è immenso, come quello dei diavoli, di cui è esponente di spicco Iblìs, caduto in disgrazia per non aver ubbidito al suo Creatore che gli aveva ordinato di rendere omaggio ad Adamo, da poco creato. Sopravvivenza dell’epoca preislamica sono invece i ginn, esseri collocati a metà via fra uomini e angeli che, sebbene per lo più compiano azioni malvage nei confronti dell’uomo, possono però annoverare nelle loro fila anche devoti e benigni musulmani.

Altre prescrizioni

Gli obblighi del musulmano non si fermano qui.

Al pari dell’ebraismo, l’lslàm impone per esempio una serie di divieti alimentari che impediscono innanzitutto il consumo a qualsiasi titolo del sangue e che porta alla necessità di sgozzare ritualmente l’animale perchè possa rapidamente dissanguarsi, astenendosi perciò dalla carne di bestie già morte. Non è consentito il consumo di carne suina e, con diverse modalità e opinioni, quella di animali quali la volpe, l’asino o il cane, mentre nello sciismo possono, come nell’ebraismo, essere vietati crostacei e molluschi.

Interdetta è l’assunzione di vino e, in genere, di qualsiasi bevanda alcoolica, malgrado ciò fosse consentito ai primi fedeli, fino alla rivelazione di nuovi versetti coranici che abrogarono le disposizioni precedenti.

La debolezza della natura umana porta per quest’ultimo punto a trasgressioni più o meno ampie (più raro sarà veder consumare carne di maiale, ritenuto intrinsecamente immondo) come è pure il caso del divieto di usura, per contrastare il quale negli ultimi decenni si sono sperimentate interessanti iniziative atte a concedere credito bancario senza interessi, in piena rispondenza con la normativa islamica.

Vietato è infine il gioco d’azzardo (diffusi sono dunque i giochi di abilità: scacchi, domino e tavola reale, l’inglese backgammon) e se lo sfavore che l’lslam esprime per la rappresentazione di esseri viventi animali si è alquanto attenuato (ma nei paesi islamici è bene usare con prudenza macchine fotografiche e cinematografiche), quello relativo all’esecuzione della musica si può dire non sussista più quasi del tutto.

I riti di passaggio

La morte, di cui s’è parlato, costituisce per il fedele l’ultimo rito di passaggio, logicamente concatenato con il suo ingresso nella vita e nella comunità dei credenti, che la religiosità islamica non passa sotto silenzio.

La prima cerimonia liturgicamente rilevante che attende il neonato è il battesimoe la sua importanza è sottolineata da un rito sacrificale in cui il padre immola una o più vittime in funzione bene augurante e propiziatoria ed è ribadita dal taglio dei capelli del bimbo, secondo un rituale fortemente intriso di elementi preislamici.

Non obbligatoria ma solo “raccomandata” è la circoncisione, che può avvenire precocemente ma anche quando il maschio ha qualche anno, mentre assolutamente non prevista dalla religione islamica è la clitoridectomia, purtroppo ancora praticata in alcuni paesi musulmani dove più tenacemente sopravvivono antiche usanze culturali.

La nascita è legata al matrimonio per il cui rito, come per il battesimo, si coinvolge l’ampia cerchia di parenti e amici e la cui pubblicità è garantita dai cortei e dai banchetti nuziali in cui si esprime un’allegria particolarmente rumorosa. Da osservare la specificità tutta islamica della dote, versata dall’uomo alla donna, di cui ella ha diritto di fruire senza sottostare ad alcun vincolo, foss’anche quello suggerito da impellenti necessità d’ordine familiare e che non sarà restituita neppure in caso di ripudio.

Sebbene l’istituto del ripudio sia di diritto attribuito al solo marito (si può però ben immaginare che alla donna non manchino efficaci strumenti da far valere qualora non intenda restar più sposata al suouomo), la dottrina prevede però il riscatto da parte della donna dietro versamento di una determinata somma di danaro, fermo restando lo scioglimento d’ufficio in caso di maltrattamenti o di apostasia di uno dei due sposi. Talora fonte di dissapore coniugale può essere il ricorso a nuove nozze del marito.

Sebbene la legislazione di molti paesi non la consenta più, la poligamiaè ancora abbastanza praticata, anche perchè esplicitamente prevista dal Corano che, però, esige un’equanimità nel comportamento affettivo e sessuale da parte del marito da far pensare a qualche esegeta che ciò che a una prima lettura appare lecito, a un più attento esame risulti invece umanamente impraticabile.

Del tutto estranee al Corano sono le norme riguardanti il velo muliebre, dal momento che unica raccomandazione impartita è quella della pudicizia, da attuarsi tanto in ambito familiare quanto in pubblico.

Il fatto che ci si veli più frequentemente di un recente passato (un effetto trainante è stata la cosiddetta “rivoluzione islamica” in Iran) attiene perciò esclusivamente al campo antropologico, non a quello religioso e non sarà motivo di meraviglia trovare accuratamente velate in area islamica donne di religione cristiana.

La donna musulmana, in mancanza di apposite garanzie legislative estranee al diritto islamico, è chiamata in definitiva a sopportare in non poche circostanze una serie di condizionamenti più o meno gravosi, esemplificati chiaramente dal Corano quando limita certi diritti femminili alla metà di quelli maschili (nel diritto ereditario, per esempio, o nella capacità di testimonianza legale) oppure quando afferma che “gli uomini sono preposti alle donne” (IV, 34) o quando prevede, purchè non si trascenda, il diritto maritale di correzione corporale.

Tratto da:

Islamismo: la storia, la cultura e le idee, i precetti, sciiti e sunniti / Claudio Lo Jacono, Firenze, Giunti, 1997.

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